sabato 16 febbraio 2008

La fine del voto in bianco e nero?

Washington D.C. – Benché il governo americano stia rendendo sempre più rigide le proprie politiche sull’immigrazione, gli Stati Uniti rimangono senza dubbio una nazione multirazziale. Uno studio pubblicato dal Department of Homeland Security stima che circa 400 mila stranieri entrano nel paese legalmente ogni anno. A questo numero vanno aggiunti i 500 mila che attraversano il confine clandestinamente. In un’elezione come quella in corso dal risultato imprevedibile, le minoranze etniche potrebbero fare la differenza. “Non è da escludersi che gli elettori d’origine ispanica avranno un ruolo chiave nell’elezione del prossimo presidente degli Stati Uniti”, racconta a Julia Preston del New York Times Cesar Conde, vice-Presidente di Univision, il network in lingua spagnola più seguito nel nord-America.

Tra i cittadini americani di recente immigrazione, gli ispanici rappresentano il gruppo più numeroso. Il U.S. Census Bureau valuta che costoro fossero, nel 2005, oltre 42 milioni, ovvero il 14.4% della popolazione del paese. Ancora più significativo è il fatto che essi rappresentino una parte crescente dell’elettorato. Il sondaggista John Zogby scriveva già nel 2006; “Gli Ispanici erano il 5% dei 95 milioni di votanti nel 1996, il 6% di 105 milioni nel 2000, e l’8,5% di 122 milioni nel 2004”. Oggi si stima che 18.2 milioni di cittadini d’origine ispanica avranno diritto di voto nelle presidenziali di novembre.

L’aumento della partecipazione della popolazione ispano-americana alla politica statunitense è in gran parte causato dall’approccio intransigente dell’amministrazione Bush verso l’immigrazione. In particolare, gli ispanici non paiono gradire la malcelata retorica anti-messicana che emerge in ogni nuova proposta volta a bloccare l’accesso dei clandestini. Sergio Bendixen, un sondaggista di Miami che segue le tendenze d’opinione ispaniche per conto di Hillary Clinton, ha spiegato al New York Times che gli americani di origine ispanica considerano il voto come una strategia di autodifesa; “Il dibattito sull’immigrazione non è più volto alla ideazione di politiche efficienti; è sentito invece come uno scontro ideologico sulla presenza e l’identità degli ispanici in America”.

L’impatto di questa parte dell’elettorato ha cominciato a farsi sentire sin dalle primarie in Nevada e Carolina del Sud, e naturalmente nel Super Tuesday del 5 febbraio, quando ha votato un gruppo di stati che complessivamente ospitano il 60% della popolazione ispano-americana. In Nuovo Messico essi rappresentano un terzo della popolazione, mentre sono il 23% in California e il 17% in Arizona. Roberto Lovato scrive su New American Media, un sito web d’informazione a tema etnico; “Gli elettori ispanici hanno mandato un messaggio forte e chiaro ai candidati, agli osservatori e al paese intero: sono finiti i tempi dell’elettorato in bianco e nero”.

I risultati di martedì paiono indicare che Hillary Clinton mantiene il proprio vantaggio su Barack Obama nella lotta per il voto latino. Sfruttando un rapporto di lunga durata con la comunità ispanica, cementato durante gli anni di presidenza del marito Bill, la senatrice dello stato di New York ha fin qui avuto il sostegno di questo gruppo etnico in tutti gli stati che hanno tenuto le primarie.

In California l’ex-First Lady si è aggiudicata il 32% delle preferenze ispaniche in più di quelle ricevute da Obama. David Dayen scrive sul blog progressista Calitics, che si occupa di politica statale californiana; “Hillary Clinton ha vinto grazie alla campagna pubblicitaria lanciata sui media e al fatto che il suo cognome è conosciuto e rispettato per via del proprio legame con le politiche di Bill”. In particolare, spiega Dayen, questi sono stati elementi fondamentali in quei distretti elettorali intorno a Los Angeles che sono dominati da media che trasmettono in spagnolo e la cui popolazione, per caratteristiche demografiche ed economiche, è difficile da mobilitare dal basso, come ha cercato di fare il senatore dell’Illinois. Clinton pare aver vinto il voto ispanico anche in Arizona, New Jersey, New York e Nuovo Messico (anche se in realtà in questo stato del sud ovest americano si stanno ancora contando le schede).

Secondo gli osservatori americani, Obama può ritenersi in ogni caso soddisfatto per aver fatto meglio del previsto. Roberto Lovato su New American Media interpreta così il segnale elettorale; “I primi risultati che arrivano dalle urne paiono aver demolito l’idea che gli ispanici siano opposti all’idea di un candidato afro-americano”. Nella maggior parte degli stati che hanno votato nel Super Tuesday, Obama è riuscito a ottenere il sostegno degli ispanici in percentuali superiori al 26% ottenuto in Nevada il 19 gennaio scorso. Il senatore dell’Illinois avrebbe anche eroso il vantaggio di Clinton da un rapporto di 4 voti a 1, stimato nei sondaggi dell’ultima settimana, ad un più tirato 3 a 2.

I programmi politici dei candidati democratici sull’immigrazione si assomigliano molto e sia Hillary Clinton che Barack Obama sono in favore dell’estensione del permesso di soggiorno a quegli immigrati clandestini che già si trovano sul territorio statunitense, a patto naturalmente che costoro non conducano attività criminali.

Il rapporto tra i repubblicani e la comunità ispano-americana invece è più complicato. La volontà inflessibile, in particolare da parte di Mitt Romney e Mike Huckabee, di limitare il flusso di stranieri che entrano negli Stati Uniti sta alienando gli elettori ispanici. Paul Waldman di American Prospect, una pubblicazione ondine di tendenza liberal, spiega così la relazione tormentata dei repubblicani con il voto latino; “quando un partito ripete all’infinito che voi e la gente come voi siete il più grosso problema con cui la nazione si deve confrontare, diventa poi difficile riuscire a creare entusiasmo per i proprio candidati. Se il GOP continua in questo modo, gli ispanici repubblicani finiranno per essere come i gay repubblicani, un piccolo gruppo sotto assedio che conduce una battaglia quotidiana contro la dissonanza cognitiva, usati come capri espiatori dal proprio partito e presi in giro dagli amici per aver scelto di stare dalla parte di quelli che li detestano”.

Di conseguenza tutto fa pensare che un aumento della partecipazione degli ispanici alle elezioni presidenziali favorirà il partito democratico. Uno studio pubblicato in dicembre dal Pew Hispanic Center, un centro di ricerca con sede a Washington DC, rivela che il 57% di costoro si prepara a votare per il partito dell’asinello, contro il 23% che sosterrebbe i repubblicani.

La nomination di John McCain, che sembra essere ormai sicura, sarebbe forse vissuta dall’elettorato latino con minor preoccupazione di quelle di Huckabee e Romney. Il senatore dell’Arizona è conosciuto per aver dato il suo sostegno alla legge che, se approvata, avrebbe offerto agli immigrati clandestini il visto e che invece fu sconfitta l’anno passato dall’ala più conservatrice del suo partito. Non a caso, nelle primarie repubblicane McCain ha un vantaggio sostanziale nei confronti degli avversari di partito e si è aggiudicato le primarie di tutti gli stati che hanno una densità elevata di popolazione ispanica, come la Florida, la California, l’Arizona, il New Jersey e lo stato di New York.

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