Visualizzazione post con etichetta Il Sistema Elettorale Americano. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Il Sistema Elettorale Americano. Mostra tutti i post

domenica 14 settembre 2008

Obama insegue nuovi voti

Washington DC - Eccovi il testo di una email appena spedita dalla campagna di Barack Obama per pubblicizzare un nuovo sito web (Vote for Change) creato con il fine di aiutare i sostenitori del Senatore dell'Illinois a registrarsi al voto, scoprire l'indirizzo del seggio di appartenenza e modificare la residenza nel caso sia cambiata dall'ultima elezione.
I democratici, da sempre attivi nella registrazione di nuovi elettori, ci stanno mettendo un impegno straordinario quest'anno, ben consci del fatto che la vittoria di Obama dipende in parte dalla partecipazione al voto di gruppi di cittadini solitamente restii a recarsi ai seggi.
Naturalmente, come tante altre iniziative e innovazioni della campagna di Obama, anche la registrazione al voto utilizza il web come piattaforma di sostegno e promozione.

Valentina --
You'd be surprised how many people you know aren't registered to vote.
Registration deadlines are coming up soon, and we need every single vote we can get to win this election.
Tell your friends, family, and neighbors to check out our new one-stop voter registration website.
Just forward this message.
VoteforChange.com makes it easier than ever to register. Instead of tracking down the right forms, all you need to do is answer a few basic questions and you'll be ready to vote. You can also:
Confirm your existing registration
Apply to vote absentee
Find your polling place
If you don't know your own registration status or you'd like to learn more, take a minute to visit the site right now.
This race is too close and too important to stay home on Election Day.
If you take the time to register and vote -- and make sure everyone you know is registered as well -- we'll be able to turn the tide of the past eight years.
It's people just like you who will transform this nation.

Thanks,
Barack

mercoledì 10 settembre 2008

Solo 13 giorni all'inizio del voto in America

Washington DC - Le elezioni americane cominciano tra soli 13 giorni.
Nonostante la data ufficiale dell'apertura dei seggi sia il 4 novembre, tra circa otto settimane, 30 stati dell'Unione permettono una qualche forma di voto anticipato (per lo piu' si tratta di un voto per posta) per evitare ai propri residenti di dover rimanere in fila per ore in un anno in cui si prevede una grande partecipazione popolare alle elezioni.
Iowa apre le danze - cosi' come da tradizione delle primarie - con l'early voting che comincia il 23 settembre, tre giorni prima che i due candidati alla Presidenza, McCain e Obama, si scontrino nel primo dei tre dibattiti televisivi in programma.
Il resto degli stati che votano in anticipo iniziano ai primi di ottobre.

venerdì 15 agosto 2008

Wal-Mart colpisce ancora

Washington DC - Nonostante il divieto di partecipare attivamente all'attivita' politica che la legge americana impone sulle grandi aziende private, parrebbe che Wal-Mart abbia trovato il modo di fare propaganda elettorale contraria a Barack Obama con i propri dipendenti.
La AFL-CIO, la piu' importante confederazione di sindacati statunitensi, ha depositato presso la Federal Election Commission - l'organo del governo che si occupa di regolare le elezioni - una causa contro il gigante della vendita al consumatore.
L'accusa e' che le dirigenze di Wal-Mart hanno organizzato una serie di riunioni per informare i dipendenti che, dovesse vincere Obama, il nuovo Presidente democratico passerebbe certamente leggi che, facilitando l'ingresso dei sindacati in Wal-Mart, danneggerebbero l'azienda.
E' importante notare che Wal-Mart e', negli Stati Uniti, una di quelle aziende che e' riuscita con sucesso a proibire ai propri dipendenti di organizzarzi in sindacati, assicurandosi cosi' una forza lavoro a buon mercato e assai piu' docile verso le politiche aziendali.
Nell'opinione dei gruppi sindacali che sono dietro la causa, Wal-Mart avrebbe diritto a sostenere le proprie posizioni politiche solo a livello della dirigenza, ma non con gli impiegati di rango inferiore.
Lo scandalo e' iniziato con un'indagine del Wall Street Journal che, parlando con dipendenti di Wal-Mart, ha scoperto che molti si sentivano dire dai propri superiori come votare a novembre.

lunedì 11 agosto 2008

Quando comincia davvero la vita e altre questioni scottanti

Washington D.C. - Per movimentare le elezioni presidenziali del 4 novembre, motivare un numero maggiore di elettori a recarsi alle urne e testare le posizioni dei candidati sulle tematiche piu' scottanti, molti gruppi politici indipendenti introducono, grazie alla raccolta di firme, referenda che i vari stati dell'Unione sono obbligati ad affiancare alla scheda per l'elezione alla Casa Bianca.
Solitamente sono i gruppi cristiano-conservatori i piu' attivi. Il loro e' un obbiettivo duplice. Da un lato sperano di spingere tanti americani normalmente restii al voto a recarsi ai seggi per sostenere cause religiose ed ideologiche, quali proposte di legge restrittive dell'aborto o del matrimonio gay. Dall'altro, sfidano i candidati in corsa, ed in particolare il repubblicano di turno, a prendere posizione su tematiche che tutti preferirebbero evitare, in quanto dividono profondamente il paese.
Nel 2004, i referenda introdotti furono 204. Ad oggi, quelli approvati per il 4 novembre sono gia' 108, con altri 30 che potrebbero aggiungersi una volta terminata la verifica delle firme. Siccome un referendum cade sotto la giurisdizione statale, e non federale, gli elettori in Utah e quelli in Maryland finiscono per partecipare ad una consultazione elettorale parzialmente diversa da quelli in Vermont, per esempio. In alcuni stati, ci sono piu' schede da riempire e i temi variano da uno stato all'altro.
Arizona, California e Florida voteranno sulla proposta di un bando sui matrimoni tra persone dello stesso sesso. In Colorado, gli elettori dovranno dare la propria opinione sulla definizione stessa di vita, rispondendo alla domanda "quando inizia veramente la vita?" e decidendo se si debba definire "persona" un "qualsiasi essere umano dal momento della fertilizzazione." Il South Dakota verra' chiamato a votare su una proposta di legge che renderebbe l'aborto illegale se non nei casi di stupro, incesto, o pericolo di vita per la madre. Diventerebbe questa la legislazione piu' restrittiva di tutta la nazione.
Nel 2004, referenda di questo genere furono considerati parzialmente responsabili per la vittoria di George W. Bush su John Kerry, in particolare nel Sud Ovest americano. Infatti, si pensa che tematiche cosi' sentite abbiano spinto un numero maggiore del solito di elettori conservatori ad andare a votare. Quest'anno pero' questa strategia potrebbe essere controproducente. I repubblicani, infatti, sono estremamente divisi tra loro e McCain si trovera' a dover fare da equilibrista, cercando di non dire nulla che possa offendere mortalmente una parte del suo elettorato.

giovedì 29 maggio 2008

Il destino di Florida e Michigan

Washington D.C. - Si avvicina il momento della verita' per i delegati della Florida e del Michigan. Sabato mattina in un hotel di Washington D.C. e' prevista una riunione (aperta al pubblico) del Rules and Bylaws Committee del Partito Democratico (il gruppo incaricato di stabilire le regole del gioco e la loro applicazione - dunque anche per quanto riguarda le modalita' e i tempi di voto delle primarie) in cui verra' finalmente decisa la sorte del tanto discusso voto nei due stati, che dovevano essere teoricamente privati delle proprie delegazioni alla convention nazionale di Denver come punizione per aver scelto di votare in date che la Segreteria Nazionale di Partito riteneva inopportune.
Hillary Clinton ha affidato molte delle proprie speranze per la nomination proprio a questa decisione. La Senatrice dello Stato di New York vinse sia in Michigan (dove era l'unica ad apparire sulla scheda) e in Florida (dove e' stata l'unica a condurre un minimo di campagna elettorale, nonostante anche gli altri candidati avessero lasciato i propri nomi sulla scheda). La posizione dell'ex-first lady e' che i delegati dei due stati dovrebbero essere assegnati ai candidati regolarmente ed in proporzione al voto popolare. Non ci sono dubbi che questo non avverra', in particolare dopo che un altro gruppo del Partito Democratico, quello incaricato delle vicende legali, ha determinato che non sarebbe una soluzione accettabile.
Barack Obama si e' naturalmente sempre opposto alla interpretazione di Clinton, visto che ne sarebbe penalizzato sostanzialmente. Nonstante la posizione iniziale del Senatore dell'Illinois fosse quella di non mandare nessun delegato di Michigan e Florida alla convention, con il tempo Obama si e' mostrato disposto ad un compromesso, non tanto con Clinton quanto con i partiti statali di Florida e Michigan. Preoccupato di offendere gravemente l'elettorato democratico di due tra gli stati piu' determinanti per le presidenziali di novembre, Obama oggi chiede che i delegati di questi due stati vengano divisi equamente tra i candidati ancora in corsa per la nomiation. Tale soluzione annullerebbe il significato del voto in ogni caso.
La cosa piu' probabile e' che sabato si raggiunga un compromesso fra i due opposti estremi e che i delegati vengano assegnati parzialmente in proporzione al voto popolare, ma non completamente. Ovvero, Clinton riceverebbe qualche delegato in piu' di Obama, ma non quanti le spetterebbero se le percentuali di voto venissero prese in piena considerazione. Inoltre il numero di delegati di Florida e Michigan a cui verra' permesso di partecipare alla convention verra', in tutta probabilita', dimezzato.
Intanto, in una Washington che segue freneticamente ogni aspetto della campagna elettorale in corso, il meeting del Rules e Bylaws Committee e' diventato un evento mondano e i posti a disposizione del pubblico sono andati esauriti nelle ore appena successive alla comunicazione che la riunine avrebbe avuto luogo.

martedì 27 maggio 2008

La sfida politica di Obama

Washington D.C. - Barack Obama non e' solamente il primo afro-americano ad avere la possibilita' reale di diventare Presidente degli Stati Uniti, o il piu' giovane candidato alla Presidenza con serie possibilita' di vittoria. Il Senatore dell'Illinois sta anche seguendo una strategia per arrivare alla Casa Bianca diversa da quella che ha caratterizzato le ultime candidature democratiche.
Al contrario di Hillary Clinton, che si posiziona nella tradizione democratica che fu vincente per il marito Bill nel 1992 e 1996, ma perdente per Al Gore nel 2000 e John Kerry nel 2004, e che si fonda sulla vittoria in stati da sempre determinanti per il partito dell'asinello, quali la Florida, l'Ohio e la Pennsylvania, Obama sta cercando di ridisegnare la mappa elettorale americana facendo affidamento su altri stati che raramente sono stati considerati a portata di un democratico.
L'ultimo segnale di questa scelta e' l'itinerario di visite condotte da Obama questa settimana, durante la quale il Senatore da Chicago tocchera' tre stati cosidetti viola, ovvero ne' blu-democratici ne rossi-repubblicani; il New Mexico, il Colorado e il Nevada. John Kerry li perse tutti e tre contro George W. Bush.
La sfida politica intrapresa da Obama, e dovuta alle sue caratteristiche uniche di candidato, non e' semplice. Come scrive David Kurtz sul blog Talking Points Memo; "E' davvero possibile che un democratico vinca la Casa Bianca pur predendo in Pennsylvania, Missouri e Florida? O vincendo solo uno tra Ohio, Florida e Pennsylvania?"
Pensando alle vittorie di Kennedy, Johnson e Carter, gli ultimi tre presidenti democratici prima di Bill Clinton e tutti vincitori nel sud del paese, l'idea di Obama non pare poi cosi' bizzarra visto che, per arrivare alla Casa Bianca, fare affidamento solo su stati come l'Ohio, la Pennsylvania e la Florida ha mostrato di essere un gesto rischioso nel 2000 e 2004.

Le due immagini rappresentano la mappa elettorale per le elezioni generali secondo gli ultimi studi condotti da Survey USA.



lunedì 28 aprile 2008

Meglio Obama o Clinton contro McCain?

Washington DC - Il sito Electoral Vote, che pubblica notizie quotidiane sui numeri della campagna elettorale 2008 con particolare riferimento al sistema dei voti elettorali che determinera' il risultato delle elezioni generali di novembre, lunedi' ha creato una mappa che mostra come i due candidati democratici potrebbero alternativamente comportarsi contro John McCain dovessero vincere la nomination. Clinton sembra avere un vantaggio su Obama, sempre rispetto alle rispettive performance contro il candidato repubblicano, in sei stati, vincendo 92 voti elettorali. Obama invece farebbe meglio di Clinton in 15 stati, per 164 voti elettorali. Al di la' dell'aspetto curioso di queste statistiche, in realta' e' ancora troppo presto per fare previsioni su cosa accadra' a novembre. Il nuovo Presidente degli Stati Uniti verra' deciso dagli indecisi, che normalmente scelgono il candidato per il quale votare il giorno stesso delle elezioni.

martedì 1 aprile 2008

Un po' di storia

Washington DC - "In tanti ripetono che la competizione sfrenata tra Obama e Clinton finira' per danneggiare il partito democratico alle elezioni generali di novembre perche' sta dividendo la base", mi dice Dennis Kux nei corridoi del Woodrow Wilson Center for International Scholars, uno tra i piu' importanti centri di ricerca del paese e tra i pochi finanziati direttamente dal governo federale. Dennis Kux ha una lunga carriera diplomatica alle spalle, e' specializzato sull'Asia del Sud ed in particolare sul Pakistan, ma fu anche Ambasciatore americano in Costa d'Avorio. "Io non sono d'accordo con questa visione", sostiene convinto l'Ambasciatore. "Secondo me e' che tutti questi osservatori non sono abbastanza vecchi da ricordare l'elezione primaria che piu' assomiglia a quella di quest'anno, ovvero quella repubblicana del 1952".
Cosa successe nel 1952?
"Innanzitutto, proprio come nel 2008, il Presidente in carica non era tra i candidati. Harry Truman, infatti, decise di non partecipare e lascio' al partito democratico il compito di scegliere il proprio successore, scelta che cadde su Adlai Stevenson II.
Ma la vera lotta quell'anno si svolse nel campo repubblicano, dove Robert Taft, figlio dell'ex-Presidente William Taft e vero conservatore isolazionista, si trovo' a sfidare Dwight Eisenhower, un eroe di guerra e sostenitore di una politica estera aggressiva.
Fu una lotta feroce, che arrivo' fino alla convention estiva e fu vinta solo al conto dei delegati," mi racconta l'Ambasciatore Kux. "Io mi ricordo d'aver guardato la convention in televisione, penso sia stata la prima ad essere trasmessa".
E le somiglianze con la campagna ora in corso non finiscono qui; "Ci fu anche un litigio a proposito dei delegati di alcuni stati, e se avessero o meno diritto d'accesso alla convention", ricorda Dennis Kux. Proprio come quest'anno nel caso di Michigan e Florida.
In pratica, gli strateghi che stavano dietro alla campagna di Eisenhower accusarono Taft di aver sostituito ai delegati pro-Eisenhower altri pro-Taft in alcuni stati del Sud, quali il Texas e la Georgia. Fu richiesto allora che questi delegati non venissero ammessi alla convention e che invece venissero fatti partecipare altri delegati pro-Eisenhower. Tale proposta, a cui fu dato il nome di Fair Play e che fu naturalmente opposta dalla campagna di Taft, fu infine accettata dal Credentials Committee del Partito Democratico, incaricato tutt'ora di determinare chi abbia diritto di accedere alla convention nazionale. Avendo cosi' perso molti dei propri delegati, Taft fini' per perdere anche la nomination in favore di Eisenhower.
Nonostante i toni della discussione si facessero aspri, e nonostanti discorsi del calibro di quello pronunciato dal Senatore dell'Illinois Senatore Everett Dirksen, sostenitore di Taft, che accuso' Eisenhower di stare guidando i Repubblicani "sulla strada della sconfitta", Eisenhower fini' non solo per aggiudicarsi la nomination repubblicana, ma anche la Presidenza nelle successive elezioni di novembre, con 11 punti percentuali in piu' dell'avversario democratico.
Che la lotta di questi mesi sia di buon augurio per i democratici a novembre?

martedì 25 marzo 2008

In Pennsylvania un record di votanti registrati

Washington DC - La febbre delle primarie del 22 aprile ha cominciato a contagiare l'elettorato democratico in Pennsylvania, dove un numero record di americani di sinistra si sta registrando per poter votare.
Negli Stati Uniti la partecipazione elettorale non e' un diritto acquisito del cittadino. Per poter accedere ai seggi nel giorno del voto (sia per le primarie che per le elezioni generali), gli americani devono inoltrare domanda presso gli uffici di contea.
Da gennaio ad oggi, 120,000 americani della Pennsylvania hanno chiesto, per la prima volta, di poter votare nelle primarie democratiche di aprile. Altri 86,000 hanno trasferito la propria registrazione dal partito repubblicano a quello dell'asinello.
Quando un americano si registra per votare gli viene chiesto di dichiararsi appartenente ad uno dei due partiti, oppure indipendente. Nella maggior parte degli stati dell'Unione, per poter partecipare alle primarie, e' necessario essere registrati o come democratici o come repubblicani, anche se in alcuni posti e' consentito a chiunque abbia fatto richiesta di una scheda elettorale, di partecipare in una qualsiasi delle due competizioni elettorali.
Ad oggi, un totale di 4,044,952 elettori ha le carte in regola per poter dare la propria preferenza a Hillary Clinton o Barack Obama. "E' incredibile", ha detto al New York Times il Commissario per le Elezioni della Pennsylvania Harry A. VanSickle, "e' la prima volta, per quanto ne sappiamo, che il partito democratico ha superato quota 4 milioni in questo stato".
L'alto numero di cittadini registrati per le primarie democratiche in Pennsylvania e' in parte dato dalla tempistica del voto, che avra' luogo qui tra le ultime primarie e nelle settimane in cui i democratici stanno cercando di dare un nome ed un volto al proprio candidato alla Presidenza. In generale, grazie ad una competizione che e' stata estremamente serrata sin dall'inizio, la partecipazione elettorale e' in aumento in tutti gli Stati Uniti.
Qualche settimana fa' USA Today riportava che in 17 delle prime 24 primarie, il numero di cittadini che sono andati a votare e' stato il piu' alto degli ultimi 40 anni. Dalla California al Distretto di Columbia, in molti stati sono venute a mancare le schede prima della chiusura dei seggi. In Arizona, lo stato ha dovuto mobilitare all'ultimo momento un numero di lavoratori non previsti affinche' presiedessero i seggi inondati di elettori. In Connecticut, un database elettronico per la registrazione di nuovi votanti e' stato intasato dall'eccesivo numero di richieste.

domenica 16 marzo 2008

Clinton e Obama tornano in Iowa

Washington DC - Lo stato dell'Iowa e' di nuovo al centro della politica nazionale americana, la prima volta nella storia in cui i riflettori tornano ad accendersi su questa terra di pannocchie e barbabietole da zucchero dopo il caucus di inizio gennaio, che tradizionalmente apre la stagione delle primarie presidenziali (e dunque ha un notevole valore simbolico) e che normalmente segna l'unico momento in cui l'Iowa gode di un po' di notorieta' nazionale. Quest'anno invece, a causa della lotta serrata per la nomination democratica tra Hillary Clinton e Barack Obama, e grazie al complicato sistema di attribuzione delegati che finira' per determinare il nome del vincitore, l'Iowa, cosi' come tutti gli stati in cui si sono tenuti i caucus anziche' le primarie, e' di nuovo nel mirino delle campagne elettorali dei due candidati del partito del'asinello. Infatti, mentre i delegati eletti nelle primarie vanno direttamente alla convention nazionale, quelli selezionati nei caucus, hanno davanti a loro una strada ben piu' lunga per arrivare a Denver. Devono passare per una serie di altri turni elettorali nelle loro province e nello stato.
La prossima fermata e' rappresentata dalle convention di contea, che si tengono in Iowa il 29 marzo. In Colorado, questa seconda fase di selezione e' cominciata il 20 febbraio e terminera' la settimana prossima. Il Wisconsin torna al voto il 6 aprile, la California saltera' le convention di contea e procedera' direttamente con quelle di distretto, il 13 aprile. In Iowa, sia Obama che Clinton hanno riaperto delle sezioni delle loro campagne elettorali e stanno contattando i delegati alle convention di contea per vincere il loro sostegno. Dei 13.485 delegati che sono stati eletti il 3 gennaio nel caucus, solo 2.500 andranno al prossimo turno elettorale, che si terra' il 26 aprile con le convention di distretto. Finalmente il 14 giugno, nella convention di stato, l'Iowa selezionera' i delegati per la convention nazionale d'agosto.
In totale, l'Iowa mette in palio 45 delegati alla convention nazionale. Se i risultati delle convention di contea, di distretto e di stato, dovessero riflettere perfettamente il voto del caucus del 3 gennaio, Obama dovrebbe avere diritto a 16 delegati mentre Clinton a 15. Poi ci sono il 14 che si e' aggiudicato John Edwards prima di abbandonare la corsa e che dunque dovranno essere riassegnati. Il tutto e' reso piu' complicato dal fatto che, nonostante questi delegati siano considerati pledged (ovvero legati direttamente al candidato per cui hanno iniziato a fare campagna elettorale), in realta' non sono tenuti a rispettare l'impegno iniziale e possono modificare la propria posizione durante questo lungo processo di selezione.

mercoledì 12 marzo 2008

Cosa fare del Michigan e della Florida?

Washington DC - Il partito democratico americano sta cercando faticosamente di trovare una soluzione all'imbarazzante problema dei delegati del Michigan e della Florida.
Le sezioni statali del partito in questi due stati decisero l'anno scorso di anticipare le date delle proprie primarie a prima del 5 febbraio (il Super Tuesday in cui si e' votato in 24 stati), nella speranza che il voto degli elettori locali avesse maggiore impatto sulla nomination del candidato democratico alla Casa Bianca. Il partito democratico nazionale decise immediatamente di punire tale decisione, che violava le regole della federazione nazionale,impedendo ai delegati di questi due stati di partecipare alla convention di Denver che si terra' il prossimo agosto e in cui si ufficializzera' il nome del vincitore.
Le elezioni in Michigan e Florida si sono tenute comunque ed Hillary ha vinto entrambe. In Michigan il suo era l'unico nome sulla scheda, in Florida anche Obama e Edwards apparivano, ma nessun candidato ha fatto campagna elettorale nello stato. Chiaramente il DNC (Democratic National Committee - ovvero l'organo centrale di partito presieduto da Howard Dean), non si sarebbe aspettato che la decisione di penalizzare la Florida e il Michigan avrebbe scatenato una tale controversia. Fatto e' che, a causa di una competizione per la nomination cosi' serrata come quella di quest'anno, sara' difficile dimenticarsi di Florida e Michigan, visto che ne' Obama ne' Clinton paiono in grado di vincere altrimenti i 2025 delegati necessari alla nomination (se non con l'aiuto dei superdelegati).
Hillary Clinton, avendo vinto le due elezioni, continua a domandare che i delegati vengano fatti accomodare regolarmente alla convention di Denver.
Mercoledi', Maggie Williams, la manager della sua campagna elettorale, ha dichiarato: "E' necessario che i due candidati uniscano le proprie forze per garantire che i delegati vengano fatti partecipare alla convention come espresso dagli elettori". Obama naturalmente e' decisamente opposto all'idea.
Con la gara ancora aperta, i democratici di Michigan e Florida (sia i delegati, che gli elettori in generale), hanno sempre piu' interesse a vedere contati i propri voti. E il DNC si trova in mezzo a tutti questi divergenti interessi e posto di fronte alla frustrazione di due delle sezioni statali di partito piu' importanti del paese. E se i democratici in Florida e Michigan si offendessero a tal punto da non andare a votare nelle elezioni generali di novembre? La Florida in particolare, si sa, e' uno stato chiave e potrebbe consegnare la vittoria a John McCain.

Martedi', Ed Rendell della Pennsylvania e Jon Corzine del New Jersey, due governatori democratici noti per le loro amicizie con ricchi contributori del partito (ed entrambi sostenitori di Hillary Clinton), hanno offerto di raccogliere 15 milioni di dollari per finanziare una nuova primaria sia in Michigan che in Florida. Si stima che il costo di un ri-voto si aggirerrebe intorno ai 30 milioni di dollari per entrambi gli stati.
L'ultima ipotesi e' stata fatta circolare mercoledi'. I rappresentati democratici all'Assemblea statale della Florida (con sede nella capitale Tallahassee) stanno cercando di proporre un piano per l'organizzazione di un voto suppletivo, da tenersi esclusivamente per posta. I votanti riceverebbero le schede a casa a partire da maggio e i voti sarebbero contati all'inizio di giugno. Il partito democratico nazionale pagherebbe di tasca propria i costi di tale elezione (le primarie sono normalmente pagate con i soldi pubblici). In Florida si calcola che il costo potrebbe raggiungere circa gli 8 milioni di dollari.
Ma il dibattito non si calma. Innanzitutto, la Florida e il Michigan otterrebbero in questo modo ancora maggior rilevanza di quella che avrebbero avuto se il loro voto fosse stato contato ad inizio febbraio. In secondo luogo organizzare da zero e in meno di due mesi un sistema efficiente, trasparente e affidabile di voto via posta, in particolare con la fama acquistata dalla Florida nelle elezioni del 2000, potrebbe dimostrarsi un'impresa impossibile e tanti si preoccupano gia' di possibili brogli. Per queste ed altre ragioni, i Deputati democratici della Florida alla Congresso a Washington DC, hanno rilasciato una dichiarazione in cui si dicono contrari alla proposta ai loro colleghi di Tallahassee. "La nostra delegazione alla camera si oppone all'idea di un voto via posta ed in generale all'idea di rivotare", dice il comunicato stampa, aggiungendo che la delegazione si rendeva disponibile a lavorare con i democratici a livello nazionale e di stato affinche' "si possa raggiungere velocemente una soluzione che garantisca ai nostri 210 delegati la partecipazione alla convention".
Teoricamente il piano dei democratici della Florida dovrebbe essere presentato al segretario di partito Howard Dean entro la fine della settimana. E' improbabile che la corsa alla nomination democratica si concluda prima di agosto e dunque vale la pena aspettare di capire cosa si decidera' di fare del Michigan e della Florida, perche' tale scelta potrebbe risultare decisiva.

giovedì 28 febbraio 2008

Il calcolatore di delegati

Washington DC - Il quotidiano on-line Slate ha lanciato sul proprio sito giovedi' un programma che rappresenta il sogno degli amanti delle previsioni di voto.
L'intento e' di arrivare ad una stima del margine di vittoria di cui Hillary Clinton avrebbe bisogno in ognuna delle 16 primarie che si devono ancora tenere per aggiudicarsi un numero di delegati sufficiente a che la Senatrice dello Stato di New York possa aspirare alla nomination (esclusi, ben inteso, i superdelegati, che non sono collegati al voto popolare). O alternativamente, il calcolatore puo' aiutare a determinare il margine di sconfitta che Obama si puo' permettere nelle elezioni che si terranno tra qui e la convention di Denver senza perdere la speranza di una vittoria finale.
Provate anche voi; cliccate qui: spostate avanti e indietro il cursore, alterate le possibili percentuali di voto, e osservate che effetto hanno questi cambiamenti sul conto totale dei delegati. Potrete cosi' farvi un'idea migliore della risposta a queste, e altre, domande: puo' Barack Obama vincere la nomination anche senza l'aiuto dei Superdelegati? Il voto del 7 giugno a Porto Rico, che impatto avra' sulla selezione del candidato democratico alla Casa Bianca? Se Hillary vincesse di misura in Texas martedi' 4 marzo, cosa significherebbe per il resto della campagna per le primarie?
Una curiosita'; se anche Hillary vincesse con il 100% tutte le prossime 16 competizioni elettorali, arriverebbe ad accumulare 2.017 delegati, 8 meno di quelli che servono per la nomination. Avrebbe dunque bisogno comunque dell'aiuto dei Superdelegati.

L'onda Obama travolge anche i superdelegati

Marco Morini, dottorando in Scienze Politiche presso l'Universita' di Pavia, scrive per From the Field a proposito degli ultimi sviluppi nella lotta tra Clinton e Obama per l'appoggio dei superdelegati.

Pavia - Nel confuso conteggio dei delegati democratici, un dato pare tra tutti il piu’ difficile da prevedere. E’ quello relativo ai “superdelegati”, che, secondo molti osservatori, potrebbero giocare un ruolo decisivo alla convention di Denver.

Nonostante le stime in circolazione cambino a seconda della fonte, pareva esserci fino ad ora un consenso generale sul fatto che Hillary Clinton fosse in vantaggio. Negli ultimi giorni, pero’, la montante onda di Obama sta intaccando un bottino che molti davano per acquisito.

Dopo l’endorsement ricevuto dal senatore Byron Dorgan del Nord Dakota, è di ieri la ben più importante notizia che John Lewis, deputato afroamericano della Georgia e storico paladino dei diritti civili, darà il proprio voto a Obama. Qui non si tratta del classico oscuro funzionario di partito. Lewis è stato leader del Student Nonviolent Coordinating Committee (SNCC), il gruppo degli studenti non-violenti attivo negli anni ’60. Ed ha avuto il privilegio di parlare alla Washington March del 1963, prima di Martin Luther King e del celebre I have a dream.

Figura atipica, spesso vicina a quei movimenti extrapartitici che sostengono candidati verdi e indipendenti, negli ultimi anni si è segnalato per alcune posizioni controcorrente. Appoggò la candidatura da indipendente del moderato Lieberman contro l’amico personale Lamont e, soprattutto, nel 2004, fu uno dei 31 parlamentari democratici che si opposero al riconteggio delle schede nel decisivo Ohio.

Lewis veniva considerato un importante coagulatore del voto nero per la senatrice di New York. E nell’ottobre 2007 dichiaro' il proprio sostegno a Clinton. Ma dall’inizio dell’anno le cose hanno cominciato a cambiare. A fine gennaio il deputato della Georgia creò un piccolo caso, rilasciando dichiarazioni contrastanti riguardo gli sviluppi della campagna per le primarie democratiche.

Di ieri la decisione definitiva. Lewis ha uffcicializzato la propria decisione di appoggiare Obama dopo aver riflettuto sull’esito del voto nel proprio distretto, che aveva abbondantemente premiato il senatore dell’Illinois; “Dopo aver preso tempo per analizzare e riflettere profondamente su questo argomento, ho deciso che, quando sarà il momento di esprimere il mio voto di superdelegato alla convention democratica, è mio dovere, come rappresentante del 5’ Distretto del Congresso, rispettare la volontà popolare. Come deputato, è parte del mio ruolo non tentare di sovvertire o sopprimere le preferenze degli elettori, ma di aiutare a farle crescere e prosperare”.

E poi ancora: “Qualcosa sta succedendo in America. C’è un movimento, uno spirito, un entusiasmo nel cuore e nelle menti dei cittadini che non vedevo da molti anni, dai tempi di Robert Kennedy. Il popolo americano chiede una nuova era alla politica, e penso che Barack Obama sia il simbolo di questo cambiamento”. Lewis aggiunge inoltre che la decisione è stata lunga e difficile, ma rimane la “profonda e immutata stima per Hillary e Bill Clinton”.

Lewis ha comunque aggiunto che la decisione è stata lunga e difficile, e che rimane nonostante tutto la “profonda e immutata stima per Hillary e Bill Clinton”.

La senatrice, attraverso il proprio portavoce Doug Hattaway, ha dichiarato a CBS News che “nei confronti di Lewis rimane enorme il rispetto personale e per le sue decisioni politiche”.

Ma dietro le frasi di circostanza si coglie il nervosismo dello staff di Clinton, che inizia a temere di perdere l’appoggio di altri esponenti del partito finora considerati fedeli e soprattutto riconoscenti al marito Bill e agli anni della sua amministrazione.

sabato 16 febbraio 2008

Regole ed eccezioni del sistema elettorale

Washington D.C. – Un’elezione dall’esito incerto come quella che si profila negli Stati Uniti può essere decisa dai dettagli tecnici del sistema di voto e dalla capacità dei candidati di trarne vantaggio. Le primarie sono avviate verso una doppia sfida Obama-Clinton e McCain-Romney che rischia di protrarsi fino all’estate, e nel frattempo i politici, gli osservatori ed il pubblico americano cercano di capire i meccanismi talvolta misteriosi che regolano la nomination per la corsa alla Casa Bianca.

I caucus del Nevada del 19 gennaio sono un buon esempio: nonostante Clinton avesse conquistato il 51% delle preferenze contro il 45% di Obama, alla fine della giornata il senatore dell’Illinois ha rilasciato dichiarazioni dai toni trionfanti: “Abbiamo recuperato 25 punti di svantaggio, fino ad arrivare oggi a conquistare un numero di delegati per la convention nazionale maggiore di quello di Hillary Clinton”. La campagna elettorale della Senatrice di New York ha immediatamente risposto; “Hillary Clinton ha vinto oggi i caucus in Nevada aggiudicandosi la maggioranza dei delegati in palio. La campagna di Obama si sbaglia. I delegati per la convention nazionale non saranno selezionati fino al 19 aprile”. Nelle stesse ore Jill Derby, segretario del Partito Democratico del Nevada, si affannava a spiegare ai media; “I calcoli che stanno circolando a proposito del numero dei delegati che verranno mandati alla convention nazionale sono basati sul presupposto che le preferenze dei delegati locali rimangano uguali fino ad aprile. Bisogna invece attendere che si tengano le convention di contea e di stato dove si sceglieranno i delegati che rappresenteranno il Nevada alla convention nazionale.”

Il sistema in vigore, antiquato e reso complesso dal federalismo che crea regole diverse di stato in stato, non piace a nessuno. Markos Moulistas non risparmia le critiche sul suo blog Daily Kos; “E’ una stronzata, un sistema che non ha senso. E non vedo l’ora, una volta che queste elezioni saranno finite, che s’intraprenda uno sforzo serio per riformare le primarie.” Fatto sta che per il momento i candidati 2008 alla presidenza degli Stati Uniti veranno scelti secondo le regole vigenti e vale la pena provare a capire come funzionino le cose.

Ufficialmente i due sfidanti che si contendono la Casa Bianca nelle elezioni generali di novembre sono nominati nelle convention nazionali dei rispettivi partiti, che si tengono tradizionalmente tra fine agosto e inizio settembre. Quest’anno la convention democratica avrà luogo tra il 25 e il 28 agosto a Denver in Colorado mentre quella repubblicana tra il primo e il quattro settembre a Minneapolis in Minnesota.

Alle convention partecipano i delegati nazionali dei due partiti, che determinano con il loro voto il candidato del partito per le elezioni generali. I delegati democratici che andranno a Denver sono 4.049. Il che significa che Clinton o Obama per vincere dovranno ottenere 2.025 voti. Nel caso dei repubblicani il numero dei delegati è inferiore; su un totale di 2.380 delegati, la maggioranza è fissata a quota 1.191. Per capirci, quando si parla di delegati s’intende un gruppo variegato d’individui politicamente attivi eletti, nominati, o membri di diritto di questa assemblea.

La maggior parte dei delegati che partecipano alle convention nazionali è selezionata in primavera durante le convention di contea e quelle di stato. Per poter accedere alle prime, un delegato deve ottenere dei voti nei caucus o nelle primarie. In sostanza, quando un iscritto di partito si reca al proprio seggio a votare o alle riunioni di partito a discutere, non sta direttamente scegliendo il candidato alla presidenza, ma sta invece dando mandato ad un numero di delegati di rappresentarlo nel seguito del processo elettorale.

Di norma, i delegati sono tenuti, di selezione in selezione, a rispettare la volontà popolare e a votare per la nomination secondo il desiderio espresso dai partecipanti alle primarie. In realtà in alcuni casi i delegati hanno diritto a modificare la propria decisione in qualsiasi momento. Molly Ball scrive sul quotidiano online Las Vegas Review Journal: “La campagna di Obama ha fatto i calcoli giusti ma fondati sul presupposto ipotetico che le convention di contea e di stato si tengano tutte in questo momento e che i delegati di seggio sostengano sempre lo stesso candidato, cosa che non sono tenuti a fare.”

Inoltre nella lunga corsa che dalle primarie porta alle convention alcuni candidati decidono di abbandonare la gara (John Edwards e Rudy Giuliani hanno preso tale decisione proprio questa settimana). Nel caso che questi abbiano comunque accumulato qualche delegato, una volta ritiratisi li lasciano senza un mandato preciso e liberi di votare per un altro candidato.
Infine esiste un numero di delegati che per definizione non è tenuto a rappresentare alcun mandato popolare diretto. Questi si chiamano unpledged delegates (dall’inglese; delegati non-impegnati), o super-delegati nel gergo usato dal partito democratico. Nel caso dei delegati si tratta di dirigenti di partito, amministratori a vari livelli. I repubblicani hanno una selezione più ampia che include anche politici eletti ai parlamenti nazionale e statali. Sono 796 i super-delegati che parteciperanno alla convention di Denver e 463 quelli che andranno a Minneapolis.

A complicare questa vicenda già di per se astrusa, si e’ aggiunta quest’anno una controversia nata all’interno di entrambi i partiti a proposito delle date di alcune primarie. Il Michigan e la Florida hanno deciso, contro il parere delle direzioni nazionali dei partiti, di anticipare le proprie elezioni nel tentativo di esercitare maggiore influenza sulla scelta della nomination. Le segreterie nazionali si sono però vendicate. Il partito democratico ha negato la partecipazione alla convention nazionale a tutti i delegati del Michigan e della Florida. I repubblicani ne faranno andare una metà e lasceranno a casa l’altra metà.

Questo non toglie che le primarie si siano tenute ugualmente sia in Michigan che in Florida, con una partecipazione significativa. E i delegati dei due stati proveranno comunque ad andare a Denver e a Minneapolis. Il sito web Electoral Vote, che segue le elezioni con un occhio per i dettagli più tecnici spiega: “quando arriverà il momento delle convention, tutti i delegati teoricamente privati del proprio voto si presenteranno e chiederanno di essere accettati. Se le nomination a quel punto saranno state decise, la cosa finirà lì. Se invece la corsa è ancora aperta, si aprirà probabilmente una lotta intestina per stabilire cosa fare di questi delegati”. Hillary Clinton (nonostante i candidati democratici abbiano deciso di non fare campagna elettorale) ha vinto sia in Michigan che in Florida. Non a caso, la Senatrice di New York ha cominciato a premere per restituire ai delegati degli stati in questione il loro posto alla convention d’agosto. Howard Wolfson, il portavoce di Clinton, ha dichiarato; “Possiamo davvero immaginare una convention nazionale con 48 delegazioni e non 50?” Per le stesse ragioni ma opposti interessi, Obama cercherà di difendere la decisione presa dalla segreteria nazionale. In casa repubblicana la situazione è diversa perché Romney ha vinto il Michigan e McCain ha conquistato martedì il voto della Florida. E’ probabile quindi che i due trovino un accordo per far andare tutti a Minneapolis.

Questo intricato sistema elettorale ha delle conseguenze rilevanti sull’organizzazione delle campagne elettorali. Le strategie per gli sfidanti dei due partiti sono diverse, perché sono diverse le regole d’attribuzione dei delegati. I democratici seguono un sistema proporzionale, i repubblicani quello “chi vince prende tutto”. Nei distretti in cui sono in palio un numero pari di delegati, se Obama e Clinton ottengono percentuali di voto non troppo diverse fra loro porteranno a casa lo stesso numero di delegati. Per Hillary Clinton e Barack Obama questo significa che debbono “investire le proprie risorse in quei distretti che assegnano un numero dispari di delegati e che quindi offrano l’opportunità di vincerne almeno uno di più”, scrive Adam Nagourney sul New York Times.

Il partito repubblicano ha adottato invece un sistema maggioritario in cui il vincitore conquista tutti i delegati di un certo stato. Dunque è meglio concentrare gli sforzi su quegli stati che assegnano il numero maggiore di delegati, che normalmente sono quelli più popolosi. Ma non sempre questo è vero. Esiste una regola che attribuisce più delegati a quegli stati che tradizionalmente votano repubblicano alle elezioni generali. Ad esempio il Missouri, con una popolazione minore di quella del New Jersey, ha un numero di delegati superiore perchè votò repubblicano nelle presidenziali del 2004.

Grazie a tale differenza nelle regole seguite dai due partiti, i candidati repubblicani accumulano delegati più velocemente e John McCain potrebbe arrivare ad una vittoria già il 5 febbraio. Obama e Clinton rischiano invece di disputarsi delegato per delegato, fino alla convention di Denver.

Le regole e le eccezioni non finiscono di certo qui. Insomma, benvenuti negli Stati Uniti d’America.