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mercoledì 12 novembre 2008

La pena capitale per un bimbo di otto anni?

Mercoledi' scorso, in un paesino di 4000 anime nel nord-ovest dell'Arizona, un bambino di soli otto anni ha impugnato un fucile e ha ammazzato il padre, al quale il bimbo era stato affidato dopo la separazione dei genitori, e un amico del padre che viveva con i due. I tribunali dell'Arizona vogliono processare il bimbo come un adulto -- la legge dello stato lo permetterebbe.
Nel frattempo, alcuni dei piu' accesi sostenitori della pena di morte stanno cercando di fare il possibile affinche' il bimbo venga condannato all'esecuzione capitale. Un gruppo di avvocati che si occupano di casi capitali in Texas, Oklahoma e Florida ha offerto i propri servizi a questo fine. Nell'opinione di costoro questo e' il classico caso che prova quanto sia necessaria la pena di morte come deterrente al crimine.
Come se un bambino di otto anni fosse in grado di valutare la gravita' di un atto come l'uccisione di un genitore sulla base del codice penale.
Un attivista contrario alla pena di morte, e che non ha voluto rendere pubblico il proprio nome, ha dichiarato: "Questo bambino ha bisogno di essere abbracciato stretto stretto e molto a lungo, tanto per aiutarlo a cominciare il doloroso processo di elaborazione che ha davanti a se".
Pare ora che, almeno, in Arizona gli inquirenti stiano indagando sulla possibilita' che il bimbo in questione subisse abusi sessuali da parte del padre e dell'amico del padre. Fatto che potrebbe spiegare, in parte, lo stato mentale in cui si deve essere trovato al momento di premere il grilletto.

giovedì 17 luglio 2008

La tortura second Ashcroft

Washington D.C. - L'ex Ministro della Giustizia John Ashcfroft ha testimoniato giovedi' di fronte alla Commissione Giustizia della Camera e ha difeso alcune tecniche di interrogazione utilizzate in particolare in Iraq e a Guantanamo. Fra queste, naturalmente, il famigerato "waterboarding", ovvero l'affogamento simulato.
"Dai rapporti che al tempo ricevevo, pareva chiaro che queste tecniche fossero molto utili," ha detto Ashcroft. "Mi fu detto che il valore di questi metodi d'interrogazione era assai piu' grande di ogni altro tipo di informazione recuperata." Ashcroft ha poi continuato sottolineando che "quando si sta difendendo il paese, bisogna avere a disposizione il piu' ampio numero di alternative possibile, e questo vale anche per gli interrogatori."
Ashcroft, difendendo il principio secondo cui il governo deve agire "il piu' aggressivamente possibile quando si tratta di proteggere la sicurezza dell'America," ha sostenuto che la CIA (Central Intelligence Agency) dovrebbe essere libera di seguire metodi per gli interrogatori diversi da quelli, piu' rigidi, definiti nei manuali dell'esercito, perche' la natura delle due organizzazioni e' diversa e dunque le regole dovrebbero rispettare tale differenza.

martedì 17 giugno 2008

Continuano le battaglie legali sul trattamento dei sospetti terroristi

Washington D.C. - La Corte Suprema degli Stati Uniti ha deciso lunedi' di accogliere l'appello dei legali di John Ashcroft, ex Ministro della Giustizia americano, e si e' resa disponibile a rivedere il caso Ashcroft v. Iqbal, che si era chiuso con una sentenza affermativa della Corte d'Appello per il Secondo Circuito.
L'accusa e' rappresentata da Javaid Iqbal, un cittadino pakistano arrestato durante le operazioni di anti-terrorismo che seguirono gli attacchi dell'11 settembre 2001. Iqbal sostiene che la propria cattura sia stata dovuta solamente a una persecuzione razziale e religiosa. Per questa ragione, Iqbal ha fatto causa a John Ashcroft, al direttore del FBI Robert Mueller e ad altri rappresentanti dell'Amministrazione Bush, con l'accusa di aver implementato politiche razziste. Iqbal sostiene di essere stato vittima di discriminazione anche durante l'incarceramento al Metropolitan Detention Center di Brooklyn, N.Y. Dopo 150 giorni di detenzione, Iqbal fu rilasciato e deportato in patria, senza che venisse mai trovato colpevole.
La Corte d'Appello per il Secondo Circuito ha deciso in favore di Iqbal, dando il proprio permesso a che il caso contro Ashcroft & Co. venga dibattuto il prossimo autunno. La decisione ha allarmato il mondo della politica.
Richard Samp, della Washington Legal Foundation, ha scritto che la decisione del Secondo Cirucito minaccia la dottrina d'immunita' che permette ai rappresentati dello stato di "adempiere alle proprie responsabilita' senza la distrazione di dover difendersi da accuse portate contro di loro come privati cittadini." L'Amministrazione Bush e' dell'opinione che, se il caso contro Ashcroft dovesse procedere, diventerebbe un precedente pericoloso, esponendo i massimi livelli del governo ad assumersi responsabilita' private per la loro condotta nella lotta contro il terrorismo.
Pare che questo sia un ennesimo capitolo, dopo i vari che si continuano a leggere riguardo il campo di prigionia di Guantanamo, del dibattito in corso a proposito della liberta' che un governo si puo' prendere nel nome della difesa della sicurezza nazionale.

venerdì 13 giugno 2008

Le ultime su Gitmo/2

Washington D.C. - Con il voto favorevole di cinque dei nove giudici della Corte Suprema americana, gli Stati Uniti hanno esteso il diritto all'habeas corpus ai prigionieri stranieri detenuti nella prigione di Guantanamo.
L'habeas corpus, nella tradizione giuridica anglosassone, indica il diritto di un prigioniero di richiedere che una corte federale riveda l'incriminazione e decida se l'incarceramento sia o meno giustificato.
La sentenza emessa giovedi' dalla Corte recita; "Le corti degli Stati Uniti hanno giurisdizione nel considerare gli appelli contro la condanna alla detenzione portati da cittadini stranieri catturati all'estero e incarcerati a Guatanamo Bay".
Questa decisione ribalta due leggi passate dal Congresso americano dietro pressioni dell'Amministrazione. Il Detainee Treatment Act del 2005 e il Military Commissions Act del 2006 privavano gli stranieri a Guantanamo di tale diritto.
Il Presidente Bush ha dichiarato la propria insoddisfazione per la decisione della Corte Suprema, che ritiene limiti eccessivamente la liberta' degli Stati Uniti di portare avanti la lotta al terrorismo internazionale, e ha detto che si terra' alla legge nonostante non sia d'accordo.
Si tratta di una sconfitta monumentale per George W. Bush e l'Amministrazione che ha governato gli Stati Uniti negli ultimi otto anni. Come ha sottolineato Joseph Shuman del Wall Street Journal; "cosi' come l'11 settembre in qualche modo inauguro' la Presidenza di George W. Bush, questa sentenza ne marca la conclusione."

martedì 10 giugno 2008

Le ultime su Gitmo

Washington D.C. - Human Rigths Watch ha pubblicato martedi' un nuovo rapporto sulle condizioni dei prigionieri a Guantanamo. Gli autori dello studio, Jennifer Daskal and Stacy Sullivan, ne hanno estratto un pezzo per il magazine online Salon.
Piu' della meta' dei 270 detenuti di Guantanamo, compresi molti che hanno gia' ottenuto l'autorizzazione al rilascio o al trasferimento, sono alloggiati nelle strututtre di massima sicurezza create all'interno del campo per i prigionieri non-cooperativi. Costoro hanno diritto a sole due ore di aria fresca e spendono il resto della giornata in celle piccole e buie. I pasti gli vengono consegnati attraverso un'apertura nella porta e, perche' occupino il tempo in qualche modo, tutto quello che gli viene concesso e' solitamente una copia del Corano e un libro o una rivista (spesso in inglese, lingua che molti tra i prigionieri non parlano). Anche la ricreazione, che non di rado viene autorizzata nel mezzo della notte, si svolge all'interno di gabbie individuali, cosicche' i prigionieri non possano interagire fisicamente l'uno con l'altro. Nessuno di loro ha potuto ricevere visite di familiari, e un numero molto limitato e' stato autorizzato a telefonare a casa.
Il risultato, nell'opinione degli avvocati che si stanno occupando del caso, e' che i loro clienti gia' soffrono di problemi di salute mentale seri e preoccupanti. Si sono verificati numerosi tentativi di suicidio, qualche prigioniero ha provato piu' volte. Altri dicono di avere visioni e di sentire voci. Altri ancora mostrano chiari segni di depressione e ansieta'.
Dato che il Dipartimento della Difesa americano (DoD) non permette a nessuno, giornalisti o impiegati delle organizzazioni non governative, di visitare il campo o parlare ai prigionieri, e' difficile avere un'idea accurata di cosa succeda a Guantanamo. Per di piu', DoD ha spesso rifiutato l'ingresso alla prigione a psicologi esterni, e quindi mancano degli esami seri per stabilire le condizioni di salute mentale dei detenuti.
Attraverso ripetuti colloqui con gli avvocati dei prigioniri, Human Rights Watch e' comunque riuscito a raccogliere una quantita' di informazioni sufficiente a lanciare l'ennesimo allarme su quello che sta capitando a Guantanamo.
Nel rapporto si racconta ad esempio la storia di Ahmed Belbacha, trentanovenne algerino che e' detenuto a Guantanamo dal marzo 2002. Belbacha e' stato autorizzato a lasciare il campo ma e' impossibilitato a fare cio'. L'Algeria rifiuta di riprendersi i detenuti rilasciati. Inoltre, anche se il rimpatrio fosse possibile, Belbacha si dice terrorrizzato di venir torturato dovesse rientrare nel proprio paese e ha domandato alle corti federali americane di bloccare il suo rilascio. Per ora rimane a Guantanamo, visto che nessun altro paese si e' offerto di accoglierlo. Sta rinchiuso nella sua cella senza finestre per 22 ore al giorno e ha tentato il suicidio lo scorso dicembre.
Il rapporto di Human Rights Watch riporta anche la storia di Mohammad El Gharani, che fu arrestato in una moschea a Karachi, in Pakistan, quando aveva solo 15 anni. Eppure fu considerato venticinquenne e internato da adulto all'inizio del 2002. Oggi El Gharani ha ventunanni e negli ultimi due anni e' stato detenuto in due tra le piu' rigide sezioni di Guantanamo. I suoi avvocati raccontano che il loro cliente ha gia' tentato il suicidio sette volte, tagliandosi le vene, sbattendo la testa contro le pareti della cella e cercando di impiccarsi.