Visualizzazione post con etichetta Clinton vs. Obama. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Clinton vs. Obama. Mostra tutti i post

martedì 12 agosto 2008

Gli errori dietro la sconfitta di Clinton

Washington D.C. - Un pezzo imperdibile e' uscito lunedi' sera sul magazine di politica e cultura The Atlantic, un'analisi dettagliata ed impietosa dei fallimenti della campagna elettorale di Hillary Clinton.
Tra divisioni interne, feroci battaglie, e un'incredibile lentezza nel prendere le decisioni strategiche piu' importanti, Joshua Green - il Senior Editor di The Atlantic - descrive il dietro le quinte del team Clinton dal 2003 in avanti, grazie ad una serie di e-mail, rapporti e memo interni alla campagna elettorale, di cui il giornalista e' entrato in possesso. Tutto il materiale originale studiato da Green e' anch'esso ripubblicato sul sito web e lo si puo' trovare qui.

martedì 22 luglio 2008

Hillary continua a farsi sentire

Washington D.C. - Anche dal lato democratico e' stata oggi giornata di email dalle campagne elettorali del 2008. Stranamente pero' non si e' trattato di un messaggio proveniente dalla squadra di Barack Obama, bensi' da quella di Hillary Clinton, che evidentemente ha ben conservato il database di indirizzi email di potenziali sostenitori messo assieme durante le primarie e ha tutte le intenzioni di continuare ad usarlo.
L'email, ringraziando nuovamente per tutto il sostegno ricevuto dalla ex-first lady durante la campagna elettorale per la nomination democratica, rinnova ai lettori l'invito a continuare il dialogo stabilito con Clinton e a visitare il sito web di un gruppo di azione politica chiamato HillPac per votare e discutere su quali siano le problematiche piu' importanti di oggi. Qui sotto il testo della email:

Dear Valentina,

Since 2001, I have served as the honorary chair of HillPAC, an organization dedicated to helping working families. It is our goal to fight for a better future for every child, and for every family. To keep fighting for those who get up every day, no matter what the odds, and never give in. For those who never back down, and those who always stand their ground. HillPAC works to elect Democratic candidates to office who share these same ideals and goals and I'm proud to serve as the honorary chair and I hope you will join me in this mission.
Together, we began this campaign by starting a conversation with the American people, a conversation about where our country was headed and how we could work together to bring about the change America needs.
Our campaign for the White House may be over, but I hope that conversation continues through HillPAC. I'm so grateful for everything you did to help me over the past year and a half, and I want to make sure that as we keep fighting for change, you are just as deeply involved now as you were then.
So let's keep the conversation going. I want you to tell me about the issues that matter to you. I want to hear what's happening with you and your family -- how high gas prices, the war in Iraq, and the struggling economy are affecting you. Your feedback will help steer the direction of HillPAC and how we are going to tackle America's problems together.
Click here to tell me about the issues that matter to you and your family today.
I'm so proud of the campaign we ran together because we focused on the issues that make a difference to people in their everyday lives. And I heard every day on the campaign trail what that meant to the people we're fighting for. All the stories I heard shaped the campaign we ran.
In the weeks, months, and years to come, I won't let my dedication to our values waver and by fighting to make sure Barack Obama is our next President we will finally have a Democrat in the White House who is also dedicated to the things we care so deeply about. I'm going to work as hard as I can between now and November to help Barack Obama win the White House and Democrats win bigger majorities in Congress. I hope you will continue to fight with me because together, if we don't back down and don't give up we can make all the difference.
So let's continue our vital conversation about the direction America is taking. Tell me what you're concerned about right now: the issues that affect your life and the principles you want to keep fighting for.
Let's keep the conversation going -- tell me what you think.
Thank you so much for all you are doing. I'm really looking forward to continuing our great conversation.
Sincerely,
Hillary Rodham Clinton

martedì 3 giugno 2008

La vittoria di Obama



Washington D.C. - Con il voto in South Dakota e Montana, con rispettive vittorie di Clinton e Obama, si chiude questa sera la lunga stagione delle primarie democratiche 2008. E si chiude, almeno teoricamente, la corsa verso la nomination.
Barack Obama, infatti, ha raggiunto e oltrepassato oggi la soglia dei 2118 delegati necessari a diventare il candidato del Partito Democratico alla Casa Bianca, grazie ai risultati misti della giornata elettorale e ad una serie di superdelegati che si sono dichiarati in suo favore non appena si sono chiusi i seggi negli ultimi due stati chiamati alle urne.
Parlando a St. Paul in Minnesota (dove per altro in settembre si terra' la convention del Partito Repubblicano), Obama ha dichiarato; "Saro' io il candidato democratico". In un lungo discorso di fronte ad un pubblico entusiasta, Obama ha reso omaggio all'avversario Clinton ("Grazie a lei sono diventato un candidato migliore,") cosi' chiudendo la campagna per le primarie, per poi lanciarsi immediatamente in quella per le presidenziali di novembre. Con approccio ormai gia' consolidato, il Senatore dell'Illinois ha riconosciuto il valore personale del futuro avversario John McCain (un eroe di guerra che non puo' essere attaccato a livello del privato) e ha invece iniziato l'attacco alle politiche del Senatore dell'Arizona, che minacciano di rappresentare la continuazione dell'Amministrazione Bush.
Hillary Clinton, da par suo, si e' rifiutata di ammettere la sconfitta e pur riconoscendo la grande impresa di Barack Obama ha detto, parlando ai sostenitori dall'headquarter nazionale della propria campagna elettorale a New York, "non ho intenzione di prendere decisioni questa sera." La ex-first lady ha poi proseguito nel proprio discorso sottolineando ancora una volta quegli elementi che, perlomeno a suo parere, la rendono la candidata piu' forte rispetto a John McCain, ovvero l'aver vinto la maggioranza dei voti elettorali (che non contano nelle primarie, ma solo a novembre) e la maggioranza del voto popolare (affermazione vera solo se si considerano validi i conteggi della campagna Clinton.
In sostanza e' difficile pensare che rimangano piu' di poche ore di ossigeno alla candidatura alla nomination di Hillary Clinton.

domenica 1 giugno 2008

Un altro passo verso la conclusione delle primarie democratiche

Washington D.C. - Una notizia buona e una cattiva arrivano a Hillary Clinton durante il weekend.
Si e' votato domenica a Puerto Rico (non ancora uno stato dell'unione, ma un protettorato). Come si prevedeva la Senatrice di New York ha vinto con grande facilita', ricevendo il 68% dei voti contro il 32% di Barack Obama. Puerto Rico mette in palio 55 delegati. Il numero preciso di quanti andranno a Clinton e quanti ad Obama non e' ancora stato determinato.
Sabato invece si e' riunito a Washington il Rules and Bylaws Committee del Partito Democratico, per decidere definitivamente del voto nelle primarie di Florida e Michigan. Contrariamente a quanto richiesto da Clinton, le delegazioni dei due stati verranno ridotte alla meta'. In Florida i delegati verranno assegnati secondo le percentuali di voto mentre per il Michigan (dove solo Clinton appariva sulla scheda), i delegati sono stati divisi 69 a 59, rispettivamente per Clinton e Obama. Nonostante la ex-first lady guadagni cosi' 29 delegati in piu' di Obama, la cifra non e' sufficiente a spostare l'esito ormai scontato delle primarie democratiche.
In sostanza, si sta avvicinando sempre' piu' il momento in cui Hillary Clinton dovra' abbandonare la gara. Sono rimaste ormai solo le primarie di South Dakota e Montana, dove si vota martedi' e dove Obama e' favorito. Dopo di che, la previsione e' che Clinton annunciera' il ritiro.
Paradossalmente, questo avverra' dopo che la Senatrice ha portato a casa 7 delle 13 primarie tenutesi dopo il 4 marzo, ricevendo 6.6 milioni di voti contro i 6.1 portati a casa da Obama.

lunedì 12 maggio 2008

Obama verso le elezioni generali

Washington D.C. - Nonostante Hillary Clinton non abbia ancora ufficialmente abbandonatola corsa alla nomination, Barack Obama sta cominciando ad organizzarsi per la campagna elettorale in vista delle elezioni generali di novembre.
Il blog Talking Points Memo riporta di aver ricevuto da una propria fonte - non citata - il testo di una email inviata da Dan Pfeiffer, portavoce di Obama, nel tentativo di cominciare a reclutare nuovo personale in vista della lotta contro John McCain. Questo il testo della email:

Da: Dan Pfeiffer [mailto:XXXXX]
Spedita: Lunedi, 12 maggio, 2008 5:52 PM
Oggetto: CV e lettere di presentazione

Mentre Barack continua a lavorare duramente alla propria campagna in vista delle prossime primarie, abbiamo cominciato a raccogliere i cv di chi possa essere interessato ad un impiego nel campo della comunicazione per le elezioni generali. Vi prego di mandarci i curricula di amici e colleghi che avreste piacere di raccomandare come parte della nostra organizzazione a Chicago o in un altro stato.

Grazie,
Dan Pfeiffer

Un'indicazione simile arriva lunedi' dal New York Times, che pubblica i nomi delle prossime tappe previste nel tour elettorale di Obama, sottolineando come alcune di queste siano un ennesimo segnale che il Senatore dell'Illinois sta gia' pensando al post-primarie.

giovedì 8 maggio 2008

Si ritira, non si ritira, e per ritirarsi cosa chiede?

Washington D.C. - Salgono da ogni parte, persino tra le file dei suoi sostenitori, le pressioni a che Hillary Clinton si ritiri dalle primarie democratiche e accetti l'incoronazione di Barack Obama a candidato dell'asinello per le presidenziali di novembre. E al contempo cominciano le speculazioni su cio' che la ex-first lady potrebbe chiedere al Senatore dell'Illinois per venir definitivamente convinta ad abbandonare la gara.
Dan Conley offre la propria analisi su Salon, ispirata alla storia della campagna elettorale del 1994 per il posto di Senatore della Virginia tra il Senatore in carica Chuck Robb e l'allora Governatore Doug Wilder. Conley elenca tre richieste che la Senatrice di New York potrebbe avanzare in cambio del proprio ritiro:
Innanziutto, Hillary potrebbe chiedere ad Obama - le cui finanze, si sa, sono incredibilmente floride - di ripagare parte dei debiti che sta contraendo per mandare avanti la propria campagna elettorale. Clinton deve pero' stare attenta a non esagerare con le pubblicita' accusatorie e a non protrarre la corsa per la nomination troppo a lungo, perche' in tal caso Obama potrebbe non essere piu' interessato a trovare una soluzione pacifica alla vicenda.
In secondo luogo, la Senatrice di New York vorra' comunque vedere riconosciuta la propria importanza politica, e l'impatto esercitato dalla propria candidatura sulle politiche del partito democratico. Il modo piu' semplice per fare cio' e' di domandare che Obama sottoscriva, da candidato del partito, il programma di Clinton per la sanita', ad esempio.
Infine, Hillary Clinton richiedera' che gli venga concesso il cosidetto diritto di rifiutare l'incarico di Vice-Presidente, e dunque vorra' essere la prima a cui viene offerto il lavoro. Anche se probabilmente Clinton non ha intenzione di accettare, e' naturale pensare che la ex-first lady voglia avere voce in capitolo e che desideri influenzare la scelta del VP.
Si trattera' di vedere cosa accade davvero nel momento in cui Clinton decide di abbandonare, probabilmente non prima del 15 giugno, data in cui si terranno le ultime primarie a Portorico.
Per quanto riguarda la sponda repubblicana, anche McCain ha cominciato ad affrontare il tema Vice-presidente. Per ora pero' si rifiuta di farlo seriamente e si e' limitato, mercoledi' sera, ad apparire sul programma satirico The Daily Show di Jon Stewart ed annunciare che offrira' il posto ad uno dei personaggi fittizi del telefilm comico The Office. Stewart, da par suo, suggerisce a McCain di scegliere proprio Hillary Clinton, una mossa che di certo prenderebbe tutti di sorpresa. Qui sotto lo spezzone dell'ultima uscita comico/televisiva di McCain in cui si parla della vice-presidenza.

martedì 6 maggio 2008

Clinton non piace agli indipendenti

Washington D.C. - Nonostante le elezioni generali di novembre siano ad anni luce di distanza nel giorno in cui si vota in Indiana e North Carolina, uno sguardo agli exit-poll delle primarie fin qui condotte offre una prospettiva interessante sul difficile rapporto tra Hillary Clinton e gli elettori che sono registrati come indipendenti.
Secondo il sistema di voto delle primarie democratiche, in una serie di stati, ma non in tutti, costoro hanno diritto di esprimere la propria preferenza nonostante non siano elettori fedeli al partito.
Dei 30 stati di cui si hanno gli exit-poll, Clinton ha vinto il voto di costoro solo in 3: Arizona, Massachusetts e Rhode Island, ed ha pareggiato in Alabama. Nonostante alcuni dei sostenitori di Clinton hanno fatto presente che la maggior parte di queste primarie si sono tenute prima della polemica sul Reverendo Wright, uno sguardo ai risultati di Ohio e Pennsylvania (primarie effettuate l'una subito prima e l'altra subito dopo la vicenda del pastore della United Church) sembrerebbe confermare la stessa tendenza anche nel dopo-Wright.
Infatti Obama ha vinto con piu' facilita (54% a 46%) il voto degli indipendenti in Pennyslvania che quello in Ohio (50% a 48%), quando invece si sarebbe dovuto verificare il contrario.
Secondo il blog Daily Kos questa e' un'indicazione chiara del fatto che il vantaggio di Obama e' piu' importante di quello di Clinton. Infatti, sara' molto piu' facile per Obama mobilitare a proprio favore la base democratica che per Clinton riuscire a conquistare il cuore degli indipendenti". E si sa che le elezioni sono decise proprio da essi.
A questo link tutti gli exit-poll di Rasmussen: http://www.dailykos.com/storyonly/2008/5/6/12118/85843/484/510052

lunedì 5 maggio 2008

L'effetto Wright

Washington D.C. - Pare si stiano finalmente quietando le accuse rivolte a Barack Obama per la relazione intrattenuta con il Reverendo Jeremiah Wright Jr., ma solo temporaneamente. La polemica, che ormai prosegue da varie settimane, ha assunto maggior rilievo negli ultimi quindici giorni, non a caso in un periodo di relativo stallo della campagna elettorale in cui i media cercavano disperatamente qualcosa di cui parlare. Gli attacchi hanno cosi' finito per offuscare il dibattito sui temi piu' importanti di questa elezione (economia, guerra in Iraq, sanita').
L'ultimo sondaggio condotto da CBS/New York Times, proprio in seguito alla conferenza stampa tenuta da Barack Obama con l'intento di prendere le distanze dalle dichiarazioni piu' incendiarie del Reverendo Wright, ha rilevato che la maggior parte degli Americani, il 60%, ha apprezzato il modo in cui il Senatore dell'Illinois ha gestito la vicenda.
Allo stesso tempo, quasi la meta' degli intervistati e un numero sorprendente di democratici, si sono dichiarati convinti che Obama abbia agito spinto da un calcolo politico piu' che da un reale disaccordo con Wright.
Gli elettori contattati avrebbero anche dichiarato che la vicenda Wright-Obama non ha avuto grande influenza sulle proprie scelte di voto per le primarie.
Allo stesso tempo, e' decisamente cambiata la prospettiva degli Americani su chi fra Clinton e Obama avrebbe maggiori possibilita' di vittoria contro John McCain a novembre. In Febbraio il Senatore dell'Illinois conduceva 59% a 28%, mentre in questo piu' recente rilevamento, i due democratici sono sostanzialmente pari.
Questo parebbe indicare che l'effetto Wright potrebbe farsi sentire forte nelle elezioni generali. In effetti, nel sondaggio, il 24% degli intervistati ha amesso che sara' una tematica su cui riflettere personalmente, e addirittura il 44% e' convinto che la polemica sul rapporto tra Obama e il proprio pastore influenzera' la scelta della maggior parte dei conoscenti.
Dal pianeta dei numeri, prova a riportarci alla realta' Ken Rudin di National Public Radio. Nella sua colonna settimanale chiamata Political Junkie, e in cui le riflessioni del redattore capo per la politica sono accompagnate dalle fotografie della sua infinita collezione di spillette elettorali, Rudin scrive lunedi': "La cosa piu' assurda e' che la gente continui a citare sondaggi a proposito di cio' che succedera' in novembre, mio dio. Non riusciamo neanche a prevedere quello che succedera' domani, figuriamoci tra sei mesi. Per la miseria, non siamo nemmeno riusciti a prevedere cio' che sarebbe successo in New Hampshire il giorno in cui si e' votato in New Hampshire".
Per concludere sulla reazione degli Americani al Reverendo Wright, qui sotto un video prodotto da MediaCurves, che ha mostrato una conferenza stampa tenuta dal Reverendo al National Press Club di Washington DC ad un campione di elettori democratici, indipendenti e repubblicani, e ne ha registrato le reazioni in tempo reale.


giovedì 1 maggio 2008

Segnali preoccupanti per Obama

Washington D.C. - Il Pew Research Center ha rilasciato giovedi' un nuovo sondaggio che mostra Barack Obama in crisi rispetto agli elettori bianchi dal reddito medio-basso e dai bassi livelli d'istruzione.
L'aspetto preoccupante del rilevamento statistico e' che Obama sembra aver perso molto terreno nell'ultimo mese, in seguito alla sconfitta in Pennsylvania e alla polemica che si e' sollevata a proposito del Reverendo Wright.
Ad inizio aprile, Hillary Clinton aveva il sostegno del 50% tra gli elettori democratici bianchi e che avessero al massimo un diploma di scuola superiore. Obama era al 40%. Al primo maggio la differenza e' salita a 65% contro 25% .
In maniera simile, tra i democratici bianchi e con un reddito inferiore a 50.000 dollari l'anno, Clinton e' passata a condurre 58% a 34%, contro il 47% a 45% del mese scorso.
Migliori notizie arrivano ad Obama dai superdelegati. Negli ultimi giorni si sono decisi in quattro a ufficializzare il loro sostegno per il Senatore dell'Illinois. L'ultimo, proprio oggi, e' l'ex Segretario Nazionale del Partito Democratico Joe Andrew. La cosa piu' interessante e' che Andrew, che viene dall'Indiana dove si vota la settimana prossima, era in precedenza un dichiarato sostenitore di Hillary Clinton. Di fronte alle domande dei giornalisti che chiedevano una spiegazione Andrew ha cosi' risposto: "Nonostante questo sia una decisione difficile per me, e' quella giusta per l'America. Semplicemente non possiamo piu' aspettare, non possiamo permettere che questa campagna elettorale assuma toni ancor piu' aggressivi e al contempo sperare di poter ancora vincere in novembre. Giugno o luglio potrebbe gia' essere troppo tardi. E' ora il momento di prendere delle decisioni."
Considerata questa dichiarazione in relazione ai sondaggi appena rilasciati dal Pew Research Center, Joe Andrew potrebbe avere ragione. Infatti, mentre Clinton non ha alcuna possibilita' matematica di avere piu' delegati di Obama alla convention, indipendentemente dai risultati delle prossime primarie, e la sua unica speranza di aggiudicarsi la nomination e' l'intervento dei superdelegati, se la candidatura della ex-First Lady dovesse riprendere quota durante l'ultima serie di elezioni, e quella di Barack Obama si trovasse all'improvviso in difficolta', i superdelegati per l'appunto potrebbero venir convinti a ribaltare il mandato popolare in favore di Clinton. A meno che, come sta proponendo Joe Andrew, non si decidano in fretta.

martedì 29 aprile 2008

Nuovamente Michigan

Washington D.C. - Nonostante la campagna elettorale si stia preparando alle primarie in Indiana e North Carolina della settimana prossima, si continua a parlare anche del voto dello scorso gennaio in Michigan. Solo Hillary Clinton, tra i candidati democratici, scelse di prendere parte a tale elezione, dopo che la segreteria nazionale del partito democratico aveva penalizzato lo stato dei grandi laghi, proibendo alla delegazione di qui di andare alla convention, per aver anticipato le proprie primarie.
Il 55% degli elettori del Michigan che sono andati alle urne hanno votato per la Senatrice dello Stato di New York mentre il restante 45% ha preferito marcare la voce "indecisi" piuttosto che dare la propria preferenza a Clinton. Tradotto in delegati questo significa che Clinton avrebbe ottenuto un vantaggio di 73 a 55.
Da allora le due fazioni si danno battaglia per determinare il destino della delegazione del Michigan. Hillary Clinton vorrebbe vederla partecipare attivamente alla convention di agosto mentre Barack Obama preferirebbe venisse lasciata a casa come stabilito dalle regole imposte dalla segreteria nazionale o, se proprio, che i delegati venissero divisi a meta' tra i due, 64 a 64.
Martedi' sera in tarda serata e' arrivata un'ennesima proposta dai toni conciliatori. Il partito democratico del Michigan ha pensato che si potrebbero assegnare 10 delegati in piu' a Clinton e poi mandarli tutti alla convention con diritto di voto sulla nomination. Dei 128 delegati del Michigan, 69 verrebbero' cosi' scelti tra i sostenitori di Clinton e 59 tra quelli di Obama. In questo modo si accontenterebbero gli elettori dello stato, che si sono recati ai seggi e che pero' rischiano di venir privati del valore del proprio voto.
Nonostante la proposta sembri ragionevole, non e' detto che le due campagne la accettino, come segnala correttamente il blog MyDD. Da un lato Obama potrebbe sentirsi danneggiato, visto che non ha partecipato al voto in Michigan per seguire le indicazioni esplicite del partito democratico. Dall'altro Clinton dovrebbe accettare di avere 8 delegati in meno di quelli che vuole e, in maniera forse ancor piu' significativa, dovrebbe accettare di veder risolta la questione in modo definitivo, perdendo cosi' un'imporante arma retorica. Il mistero che ha avvolto la vicenda fin'ora ha garantito a Clinton maggior flessibilita' nel parlare del proprio conto di delegati. Una volta che i problemi posti dai risultati in Michigan e Florida saranno risolti, risultera' ancor piu' chiaro che i numeri perche' Clinton possa aggiudicarsi la nomination proprio non ci sono.

martedì 22 aprile 2008

Clinton vince in Pennsylvania, ma se invece si ritirasse?

Washington DC - Nonostante la netta vittoria portata a casa da Hillary Clinton in Pennsylvania, (55% contro 45%) le pressioni dell'establishment del partito, ma sempre piu' anche di tanti osservatori, continuano affinche' la Senatrice di New York abbandoni le primarie e lasci che il proprio avversario Barack Obama si aggiudichi la nomination e possa lanciarsi nella campagna per le elezioni generali di novembre contro John McCain.
Il blog Daily Kos, mentre i risultati del voto di martedi' vengono ufficializzati, scrive: "Non ci sono dubbi, Clinton ha perso quest'elezione. E' disperata. La homepage del suo sito web apre direttamente su una richiesta di ulteriori donazioni. Il tutto sarebbe triste e tragico, non fosse che Clinton e' determinata a portare il proprio partito alla disfatta finale".
E poi Daily Kos cita il New York Times, la cui redazione aveva dichiarato il proprio sostegno per Clinton all'inizo dell'anno, e che pubblica oggi un editoriale che dice: "La campagna in Pennsylvania, che ha prodotto un ulteriore risultato non-conclusivo martedi', e' stata ancora piu' aggressiva, piu' vacua, piu' disperata di quelle aggressive, vacue e disperate gia' viste nell'ultima serie di primarie. Gli elettori sono stanchi. Tutto questo sta danneggiando l'intero processo politico e non funziona. E' arrivato il momento per il Senatore Clinton di riconoscere che la negativita', della quale e' di certo la maggiore responsabile, non fa altro che danneggiare lei stessa, il suo avversario, il suo partito e le elezioni 2008. Perlomeno, la difesa del proprio interesse personale dovrebbe spingerla in tale direzione. Clinton non ha ottenuto quella grande vittoria in Pennsylvania di cui avrebbe avuto bisogno per continuare a sfidare Obama nella corsa alla nomination democratica."
Anche il Los Angeles Times ha un'opinione simile: "La vittoria di Clinton in Pennsylvania la salva ancora una volta da un'uscita forzata dalla corsa alla nomination democratica, ma la Senatrice deve ancora confrontarsi con enormi difficolta' se vuole davvero battere Barack Obama."
Joan Walsh, di Salon, ha un'opinione simile sullo stato della competizione tra i due democratici e scrive che "nonostante la sua vittoria netta, le possibilita' di una sua vittoria rimangono minime." Allo stesso tempo, Walsh non vede la dura lotta fra Clinton e Obama come per forza negativa per il partito. "Continuo a pensare che la corsa alla nomination democratica a cui stiamo assistendo sia in realta' positiva."
Allo stesso tempo, come riporta Slate, i sondaggi mostrano che i sostenitori di Clinton siano sempre meno inclini a votare per Obama se dovesse essere proprio il Senatore dell'Illinois ad aggiudicarsi la nomination. Il 25% degli elettori di Clinton in Pennsylvania avrebbero dichiarato che, a novembre, dovessero assistere ad una elezione fra Obama e McCain voterebbero per il candidato repubblicano, mentre un altro 20% se ne starebbe a casa e rinuncierebbe ad andare alle urne. Quanto ai sostenitori di Obama, i numeri sono un po' meno sconvolgenti, ma pur sempre preoccupanti per il partito democratico. Il 16% tra loro preferirebbe votare McCain che Clinton, e il 13% non andrebbe proprio a votare.
Che questa protratta campagna elettorale per la nomination democratica, che si fa sempre piu' vuota di contenuti e piena di accuse, stia danneggiando, almeno un po', le possibilita' di eleggere un Presidente democratico a novembre sembrerebbe evidente.


lunedì 21 aprile 2008

Bill Clinton sostenitore di Obama?

Washington DC - In questo video che fu registrato ad un comizio fatto dall'ex-Presidente Bill Clinton in sostegno del candidato democratico John Kerry durante la campagna elettorale 2004, Clinton dice agli elettori in riferimento alla lotta Kerry-Bush: "Se un candidato vi spaventa mentre l'altro cerca di farvi riflettere, se un candidato fa appello alle vostre paure, mentre l'altro fa appello alle vostre speranze, sara' meglio che votiate per la persona che vuole che voi pensiate e speriate."

domenica 23 marzo 2008

Le piccole bugie di Hillary

Ricordate il discorso di Hillary Clinton alla Washington University di cui abbiamo riferito una settimana fa qui? Tra le altre cose, Hillary disse che ricordava bene la sua visita in Bosnia nel 1996: "I remember landing under sniper fire. There was supposed to be some kind of a greeting ceremony at the airport, but instead we just ran with our heads down to get into the vehicles to get to our base."
Purtroppo, quel giorno in Bosnia non c'erano cecchini in azione e la cerimonia per accogliere la First Lady insieme alla figlia Chelsea avvenne regolarmente sulla pista dell'aereoporto di Tuzla, come mostra questo video:

Nessuno dovette correre scansando le pallottole per raggiungere la salvezza come ha affermato Hillary una settimana fa (se la zona fosse stata pericolosa, ovviamente l'aereo C-17 non sarebbe atterrato). Le esagerazioni sono state prima rivelate sul popolarissimo blog Dailykos, poi riprese da Salon e, anche grazie al National Security Archive (un'organizzazione non governativa) che mercoledì scorso ha reso pubbliche ben 11.046 pagine di agende giorno per giorno che documentano l'impiego del tempo di Hillary Clinton quando era alla Casa Bianca, ora il tema è diventato un problema politico, come mostra questo articolo nel Washington Post.
Imprudente Hillary! Come già accadde a Gore nella campagna elettorale del 2000, qualche piccola esagerazione da parte dei candidati diventa immediatamente una pesantissima accusa di essere "bugiardi" e offre il fianco a settimane di attacchi su questo tema da parte della stampa.

domenica 2 marzo 2008

Cosa aspettarsi dall'Ohio

A lungo le previsioni hanno dato Hillary Clinton largamente favorita sia in Texas che in Ohio. Gli ultimi sondaggi, però, mostrano che l’onda d’entusiasmo per Barack Obama ha colpito anche questi due stati. Un sondaggio condotto per telefono da Rasmussen Reports in Texas il 24 febbraio ha rilevato che ormai Clinton conduce solo di un punto percentuale, 46 a 45% su Obama, quindi statisticamente i due sono alla pari.
Quanto all’Ohio, Jonathan Riskind, corrispondente da Washington DC per il Columbus Dispatch, il quotidiano della capitale dell’Ohio, mi racconta per telefono; “L’Ohio teoricamente è uno di quegli stati in cui Clinton dovrebbe fare molto bene, vista la presenza elevata di lavoratori a basso reddito e senza un’istruzione universitaria, impiegati nell’industria. In realtà Obama ha fatto progressi notevoli anche con questo gruppo demografico nelle ultime settimane”. Ellen Jan Kleinerman, una giornalista del Plain Dealer, il quotidiano di Cleveland, mi scrive in un’e-mail; “Penso che il voto si trasformerà in un testa a testa. Clinton ha ancora un vantaggio minimo, ma i raduni di Obama in giro per lo stato e il sostegno che sta ricevendo dai leader della comunità dei neri americani stanno facendo cambiare la marea”.
Fino a tre settimane fa, i sondaggi indicavano all’unisono un vantaggio per Hillary Clinton in Ohio di oltre 20 punti percentuali. Un rilevamento condotto dallo stesso Columbus Dispatch all’inizio di febbraio dava la Senatrice di New York in testa di ben 23 punti. Darrel Rowland, giornalista del quotidiano, scriveva commentando i risultati; “Barack Obama è riuscito a convincere l’Iowa, la Carolina del Sud e persino Ted Kennedy in Massachussets. Il Senatore dell’Illinois però deve ancora concludere l’affare con l’Ohio”. La situazione sembra essere cambiata negli ultimi giorni e il margine in favore di Clinton pare essersi di molto assottigliato. Ad esempio un sondaggio condotto da Survey USA il 26 febbraio mostra Clinton con il 50% delle preferenze contro il 44% di Obama.
Secondo Jonathan Riskind, a questo punto bisogna chiedersi se “tra gli operai e le donne bianche, le caratteristiche demografiche dell’Ohio rimarranno sufficientemente favorevoli a Clinton affinché la senatrice di New York possa comunque portare a casa una vittoria”. Per rispondere a questa domanda Kleinerman mi racconta; “L’Ohio è uno stato industrializzato a nord e nord est, rurale nelle regioni centrali e un po’ un misto al sud. Gli elettori liberal e i sindacati industriali fanno delle regioni a nord la base dei fedeli al partito democratico. Invece, le parti centrali e meridionali sono più conservatrici e quindi tendenzialmente votano repubblicano”.
Questo cosiddetto urban-rural divide, ovvero le diverse caratteristiche demografiche che marcano le aree urbane e quelle rurali dello stato, influenzerà senza dubbio il voto. Le previsioni sono che Obama otterrà ottimi risultati nelle grandi città, mentre Clinton manterrà un vantaggio solido nelle campagne e nei paesi. Il governatore dello stato Ted Strickland, che viene dal sud-est rurale dell’Ohio ed è un democratico conservatore (ad esempio è un difensore del diritto costituzionale di possedere armi da fuoco), ha ufficialmente dichiarato il proprio sostegno per la candidatura di Hillary Clinton. “Il governatore ha tentato così d’aiutare l’ex-first lady a consolidare il proprio vantaggio nelle campagne” dice Jonathan Riskind.
Infine si dovrà osservare quale impatto avrà il voto dei neri americani, tradizionalmente sostenitori di Obama e che sono l’11,9% della popolazione dell’Ohio (appena meno della media nazionale calcolata nel 2005 al 12,8%).
L’Ohio rappresenta una sfida difficile per i candidati alla nomination democratica, considerato che lo stato attraversa una crisi economica particolarmente profonda. Secondo dati riportati da Laura Meckler del Wall Street Journal, il tasso di disoccupazione in dicembre era valutato intorno al 6%, un punto percentuale in più della media nazionale. Il tasso d’insolvenza sui mutui bancari è all’1,44%, contro lo 0,87% nazionale. Secondo dati raccolti da Moody’s Economy e riportati dal New York Times, nel 2000 la tipica famiglia dell’Ohio guadagnava più soldi della tipica famiglia americana. Negli ultimi otto anni, però, il reddito mediano dello stato è sceso di quasi il 10%, a circa 47 mila dollari l’anno, di 2,300 dollari inferiore al reddito mediano nazionale. Kleinerman dell’Plain Dealer aggiunge; “Uno studio recentemente pubblicato dall’American Manufacturing Trade Action Coalition, ha rilevato che l’Ohio ha perso più di 209 mila posti di lavoro nei settori non-agricoli tra il 2000 e il 2007. Il tasso d’occupazione è calato del 3,7%, il calo più preoccupante dal 1939, quando gli Stati Uniti stavano attraversando i momenti finali della Grande Depressione”.
Non c’è da sorprendersi dunque che l’economia sia diventato il problema più sentito per gli elettori di qui (anticipando un trend ormai evidente anche a livello nazionale). Secondo Kleinerman; “La domanda ha cui devono rispondere Hillary Clinton e Barack Obama, ma anche il Senatore Repubblicano John McCain, è: che programmi hanno per mantenere e aumentare i posti di lavoro in Ohio? Penso che questa sia la preoccupazione degli elettori oggi. E non credo che la gente dell’Ohio sia soddisfatta delle risposte ottenute finora dai vari candidati”.
Non a caso, nell’ultimo dibattito televisivo tra Clinton e Obama, ospitato martedì sera da Cleveland State University e trasmesso dal network MSNBC, i due candidati alla nomination democratica si sono concentrati su tematiche economiche ed in particolare sui rispettivi piani per rinegoziare il trattato di libero scambio commerciale con il Messico e il Canada conosciuto come NAFTA. “NAFTA è un tema caldo in Ohio, molti posti di lavoro sono stati persi e molte persone attribuiscono il fenomeno al commercio internazionale e al NAFTA, che avrebbero risucchiato altrove i posti di lavoro dello stato”, mi spiega Riskind.
Nel guardare al voto di martedì bisogna anche ricordarsi dell’importanza che l’Ohio riveste a livello di politica nazionale. Si tratta di un grande stato, il settimo più popoloso del paese (aveva nel 2005 11,5 milioni di cittadini). Ed è uno dei cosiddetti swing states, quegli stati che hanno una percentuale rilevante di elettori indecisi e che d’elezione in elezione cambiano la propria fedeltà politica votando una volta democratico e quella dopo repubblicano. L’Ohio contribuì, nel 2004, a decidere la rielezione di George Bush.
Per come si stanno mettendo le cose, l’opinione più diffusa è che se l’economia non migliora, gli elettori repubblicani degli stati più colpiti, come per l’appunto l’Ohio, potrebbero decidere di votare per chi tra Obama e Clinton sarà il candidato democratico in novembre, visto che sono proprio i politici dell’asinello che stanno facendo dell’economia il cuore della propria campagna elettorale, mentre John McCain ha deciso di correre come il candidato della sicurezza nazionale.
Jonathan Riskind mi spiega la sua posizione quanto alle elezioni di novembre; “Nonostante io sia un po’ riluttante nel porre attenzione eccessiva sul voto nelle primarie nella speranza di leggervi indicazioni valide anche per le elezioni generali, (dato che le primarie coinvolgono un numero limitato di votanti), martedì varrà comunque la pena tenere d’occhio il voto degli indipendenti, che in Ohio posso scegliere di partecipare nell’una o nell’altra elezione”. La competizione repubblicana è ormai decisa e John McCain ha sostanzialmente già vinto la nomination. Di conseguenza è facile prevedere che gli indipendenti saranno tentati di votare nella primaria democratica dove possono ancora fare la differenza. “In ogni modo”, pensa il giornalista del Columbus Dispatch, “sarà interessante vedere in quali proporzioni costoro voteranno per McCain o per Obama”. Questo potrebbe essere un segnale importante nel cercare di capire come proseguirà durante l’estate e l’autunno la corsa alla Casa Bianca.

lunedì 25 febbraio 2008

I limiti della retorica: il caso NAFTA

Washington DC – Barack Obama attraversa gli Stati Uniti passando di comizio in comizio e si porta sempre dietro il cartello su cui è scritto CHANGE, in caratteri bianchi su sfondo blu. Anche Hillary Clinton viaggia per il paese per incontrare i propri sostenitori nei grandi raduni nei palasport. E anche lei ha con sé il proprio manifesto, su cui si legge SOLUTIONS in bianco su blu e con l’unica differenza di un bordo rosso.

Gli slogan elettorali hanno il compito di condensare in una parola il messaggio di un candidato, la sua personalità e i suoi programmi politici. In alcuni casi però anche la strategia promozionale meglio pensata deve arrendersi a problematiche che proprio non si riescono a ridurre ad una sola parola. Il caso di NAFTA (North American Trade Agreement) è indicativo; i due candidati stanno decidendo in queste ore come affrontarlo e la maniera in cui sceglieranno di parlarne nelle prossime due settimane mentre fanno campagna in Ohio e Texas sarà determinante nel voto del 4 marzo.

NAFTA, (in spagnolo Tratado de Libre Comercio de América del Norte o TLCAN), è l’accordo di libero scambio commerciale stipulato tra gli Stati Uniti, il Canada e il Messico ed entrato in vigore il 1 gennaio 1994. Il punto centrale del trattato era la progressiva eliminazione di tutte le barriere tariffarie fra i paesi che vi aderivano.

Fin dalle sue prime ore l’accordo suscitò un dibattito accanito tra coloro che intravedevano in esso la possibilità di un boom economico favorito dall’abbattimento delle barriere doganali (in particolare le grandi società multinazionali che ottennero l’accesso facilitato a tutti i mercati del Nord America) e coloro che temevano che il passaggio del trattato avrebbe avuto conseguenze nefaste sui lavoratori e sui contadini. In particolare provarono a ribellarsi i sindacati in Canada e Stati Uniti, spaventati che milioni di posti di lavoro si trasferissero in Messico dove i salari sono inferiori. E provarono ad opporsi anche i contadini in Messico, che temevano che la produzione agricola americana, fortemente sovvenzionata dal governo, invadesse il mercato messicano mettendo fuori gioco la controparte locale.

Dopo lunghe discussioni, il trattato fu ratificato negli Stati Uniti nel 1993, grazie in particolare alla determinazione del presidente dell’epoca Bill Clinton. Da allora sono passati quindici anni, ma nonostante questo le polemiche su NAFTA non si sono per nulla calmate. Il futuro dell’accordo di libero scambio sta diventando uno dei temi chiave della campagna per le primarie democratiche di quest’anno, in particolare in questi ultimi giorni in cui si sente sempre più spesso parlare di recessione e in cui il carrozzone elettorale sta attraversando una serie di stati a base industriale e oggi economicamente depressi, come il Wisconsin di martedì e l’Ohio del 4 marzo.

Entrambi i candidati del partito dell’asinello, Obama e Clinton, ripetono agli elettori ormai quasi ossessivamente che rinegoziare i termini di NAFTA in modo da tenere conto delle esigenze dei lavoratori impiegati nel settore industriale americano è tra le loro priorità assolute. Il tema NAFTA è stato una parte importante del comizio tenuto da Hillary Clinton durante la notte elettorale che è seguita al voto in Wisconsin. Parlando da Youngstown in Ohio, dove la Senatrice dello Stato di New York ha inaugurato la corsa verso le primarie del 4 marzo, Clinton ha dichiarato: “È ora di fare sul serio con NAFTA, perché non sta funzionando come dovrebbe per gli americani”. Obama, dal canto suo, torna sull’argomento ripetutamente, ed in particolare accusa Hillary di aver sostenuto, al tempo della sua ratifica, i contenuti del trattato ed il lavoro portato avanti dal marito Bill che permise il suo passaggio. Parlando dal Wisconsin il 13 febbraio, alla conclusione della Potomac Primary in Maryland, Virginia e Washington DC, Obama ha promesso ai suoi sostenitori; “Sapete, dopo che suo marito divenne firmatario di NAFTA, Clinton se ne andava in giro a raccontare che il trattato era una cosa meravigliosa, che avrebbe portato moltissimi benefici…Quando diventerò presidente, io non firmerò alcun altro accordo di libero scambio a meno che non contenga protezioni per l’ambiente e per i lavoratori americani”.

La battaglia su NAFTA non deve sorprendere. Al di là delle buone intenzioni di Clinton e Obama, tutti i sondaggi indicano che i lavoratori americani non vedono di buon occhio il trattato e sperano che il nuovo presidente si impegni a rinegoziarlo. Il Wall Street Journal scrive; “L’opinione dei democratici del Wisconsin a proposito del commercio internazionale illustra le ragioni per le quali sia Obama che Clinton hanno cercato di sottolineare il proprio scetticismo nei confronti del libero scambio…Sette democratici su dieci dichiarano che il commercio internazionale causa la perdita di posti di lavoro in Wisconsin”. Un sondaggio pubblicato il 20 febbraio dalla società Gallup ha rilevato che, per la prima volta dal marzo 2004, l’economia è considerata dagli elettori americani come il problema più importante, davanti alla guerra in Iraq. Il 34% degli intervistati la pensa in questa maniera, quasi il doppio del 18% registrato in gennaio.

Se queste tendenze d’opinione sono chiare come appaiono, c’è da chiedersi com’è mai Barak Obama, nel discorso fatto dal Texas a conclusione del voto in Wisconsin martedì, abbia scelto di accennare NAFTA solo brevemente, e per di più mettendolo in diretta relazione ai lavoratori dell’Ohio e non alla situazione dello stato in cui si trovava; “Siamo qui, perché ci sono lavoratori a Youngstown, Ohio, che hanno visto sparire un posto di lavoro dopo l’altro a causa di accordi di libero scambio malfatti come NAFTA”, ha detto il Senatore dell’Illinois.

Il problema è che la realtà non è affatto semplice: la retorica e le strategie elettorali si stanno scontrando con la diversità d’opinioni e di preoccupazioni che caratterizza un paese di dimensioni continentali come gli Stati Uniti. A quanto pare, il Texas ha un’opinione tutta sua degli effetti del NAFTA. Andrew Leonard di Salon riporta un commento fatto martedì sera da Jim Moore, analista politico e autore di The Bush’s Brain, un libro sullo stratega della carriera politica di George W. Bush Karl Rove: “Jim Moore ha suggerito che la decisione di Obama di accanirsi contro NAFTA non gli sarà d’aiuto in quella parte del Texas che confina con il Messico. In particolare questo è il caso delle quattro contee ispaniche che costituiscono la Lower Rio Grande Valley. Hidalgo County, soprattutto, sta vivendo un grande boom economico grazie a NAFTA.” Kyle Arnold scrive sul sito web The Monitor, che si occupa di politica locale texana, di come l’economia della regione sia cambiata in seguito all’introduzione di NAFTA; “Il trattato ha dato nuovo impulso all’industria e ha creato migliaia di posti di lavoro. Inoltre, l’economia messicana in crescita ha reso la valle una destinazione ambita dai turisti benestanti, un numero sempre in aumento. Oggi i visitatori messicani sono responsabili per più di un terzo degli scambi commerciali dell’area, secondo dati della Camera di Commercio di McAllen”.

Il punto qui non è di determinare le tante conseguenze dell’applicazione del NAFTA sull’economia del Nord America. Il punto è che Clinton e Obama si trovano di fronte a un dilemma. Da un lato, nella lotta per l’Ohio devono cercare di convincere gli elettori di essere vigorosamente contrari al NAFTA. Nel Texas del sud invece, la critica eccessiva del trattato potrebbe avere effetti opposti a quelli desiderati. “Che divertimento!” Scrive Leonard. “Per le prossime due settimane, vedremo Obama e Clinton passare il proprio tempo a distruggere NAFTA in Ohio senza mai nemmeno nominarlo in Texas”.

Il giornalista di Salon ha un’idea per obbligare i due candidati ad affrontare le diverse sfaccettature di questa problematica. Qualcuno dovrebbe domandargli; “Senatori, dai dati emerge che NAFTA ha causato la perdita di posti di lavoro in Ohio e la creazione di nuovi nel Texas del sud. Quale sarà l’approccio della vostra amministrazione nel bilanciare questi opposti interessi?” Difficilmente, di fronte ad una domanda di questo genere, i candidati alla nomination democratica potranno nascondersi dietro la retorica fatta di una sola parola, sia essa CHANGE o SOLUTIONS.

sabato 16 febbraio 2008

Fattore eleggibilità: un enigma americano

Washington D.C. – La divisione tutta americana dell’elezione presidenziale in due tronconi, con le primarie di partito che aprono i giochi e le elezioni nazionali che li chiudono a quasi un anno di distanza, ha il pregio di portare alla luce la moltitudine di correnti di pensiero e di conflitti ideologici che esistono anche in questo paese, nonostante un sistema rigidamente bipartitico che limita e comprime il dibattito politico interno.

In questi giorni, i candidati democratici in corsa per la nomination del 2008 sono in Carolina del Sud, dove i membri del partito voteranno sabato 26 gennaio. I repubblicani, invece, stanno facendo campagna elettorale in Florida nell’attesa del voto del 29. La strada verso la Casa Bianca prosegue così rapidamente in direzione del Super Tuesday, il martedì 5 febbraio in cui ventiquattro stati dell’unione terranno le primarie contemporaneamente. E si sente nell’aria un desiderio crescente da parte degli elettori, ma soprattutto da parte dei media, di conoscere i nomi dei due candidati che si contenderanno la presidenza in novembre. Nello scambio sempre più intenso di pronostici si cominciano a delineare in maniera netta le differenze di opinione che dividono gli attivisti di partito e l’elettorato generale.

Fino alla settimana scorsa i candidati, sia repubblicani che democratici, erano concentrati esclusivamente sulla sfida con i propri compagni di partito e le loro strategie elettorali volte a convincere gli iscritti. Nelle ultime ore invece, con l’emergere di un gruppo ristretto di candidature credibili all’interno di entrambi i partiti (Clinton e Obama per l’asinello, Huckabee, Romney e McCain per l’elefante), l’attenzione ha cominciato a spostarsi sul voto di novembre, che sarà deciso dall’elettorato moderato. D’un tratto si è aperta, da entrambe le parti, la caccia al candidato che abbia le carte in regola non tanto per aggiudicarsi la nomination quanto per conquistare il cuore dell’americano medio e mediamente disinteressato alla politica. Si tratta del fattore eleggibilità, che d’ora in avanti dominerà ogni articolo di giornale, comizio elettorale e discorso da bar, e che molto probabilmente giocherà un ruolo decisivo nelle primarie delle prossime settimane.

John McCain pare stia conquistando il sostegno di una parte crescente della dirigenza del partito repubblicano, convinta che il senatore dell’Arizona sia l’unico ad avere una qualche speranza di diventare il prossimo presidente degli Stati Uniti. Tra gli ultimi successi di McCain, bisogna segnalare l’ufficializzazione dell’appoggio di una serie di illustri newyorkesi, tra i quali l’ex senatore Alfonse D’Amato, Henry Kissinger e Michael Finnegan che fu consigliere di George Pataki, ex-governatore dello stato (Patagi ancora non si è dichiarato). Con McCain rimangono in corsa Mitt Romney e Mike Huckabee, e l’incognita Rudy Giuliani, che sostiene di avere puntato tutto sul voto in Florida e di attendersi da questo Stato, famoso per le arance e gli immigrati cubani, una svolta decisiva in suo favore.

Il fatto che l’establishment del partito stia lentamente convergendo verso la candidatura di McCain non significa però che gli attivisti siano persuasi; tutt’altro. Chi tra loro ne ha la possibilità continua a fare campagna elettorale per il proprio favorito e visto che sono ancora solo gli iscritti ad avere il potere di determinare la nomination, non bisogna lasciarsi ingannare e credere che ormai l’esito sia scontato. Ne siano prova i sondaggi, che fino ad ora paiono aver capito poco delle primarie americane ma che almeno ne riconoscono l’incertezza. Nell’ultimo rilevamento di New York Times/CBS News condotto subito dopo le primarie del New Hampshire, il 72% dei repubblicani intervistati, e il 42% dei democratici, ha confessato di essere ancora indeciso su quale candidato scegliere.

Nel popolare blog repubblicano Townhall, Hugh Hewitt spiega ad esempio il proprio sostegno per Romney e Giuliani; “Ho in mente, nella scelta del candidato che vorrei veder nominato, l’instancabile fabbrica di attacchi personali che Hillary Clinton è capace di creare”. Nell’opinione di Hewitt il repubblicano prescelto dovrà essere in grado di scansare con ironia i colpi inflitti dalla ex first-lady e di ignorare quelle che lui chiama le “infinite macchinazioni di Clinton”. Hugh Hewitt è anche preoccupato della cronica mancanza di denaro della campagna di John McCain: “Un candidato forte non dovrebbe avere bisogno di girare per il paese con un piattino di latta in mano e supplicare gli attivisti per nuovi contributi solo pochi giorni prima di una primaria decisiva”, scrive. McCain è colpevole, secondo Townhall, di non essere stato capace di mettere assieme una macchina efficiente per la raccolta di fondi come, ad esempio, ha fatto Obama, con cui invece potrebbe competere Romney, se non altro grazie all’enorme ricchezza personale. Hewitt conclude la sua analisi in toni pessimistici: “Persino i fan di McCain devono ammettere che la sua candidatura è costruita su poco più che una doppia preghiera; il tentativo di convertire i conservatori americani al senatore dell’Arizona e quella di fargli aprire i portafogli. Purtroppo a causa delle dispute interne che li hanno visti divisi negli anni passati, i conservatori non si convertiranno alla
causa McCain, e anche se dovessero rassegnarsi alla sua candidatura, non contribuiranno economicamente alla campagna per le elezioni di novembre”.

Per ragioni differenti, ma altrettanto sentite, in un altro dei blog repubblicani più seguiti, Michelle Malkin attacca John McCain ed in particolare i suoi piani per combattere l’immigrazione. Mentre McCain si fa oggi paladino della lotta contro i clandestini ed ha assicurato il proprio appoggio per la costruzione di un vero e proprio muro che divida gli stati del sud, (California, Texas e Arizona) dal Messico, Malkin ricorda che l’anno scorso il senatore votò in favore di un’amnistia per alcune categorie di immigrati che si trovavano già da tempo sul suolo americano nonostante vi fossero arrivati illegalmente. “Come può McCain curare la sfiducia diffusa tra i cittadini se la sua stessa credibilità sulla questione è stata danneggiata fatalmente?” scrive Malkin. “Ci deve pur essere una ragione per cui tanti media e democratici di sinistra vedono positivamente la nomina di McCain per il partito repubblicano. McCain offre a costoro una buona copertura per continuare ad attaccare i veri conservatori di base”, Malkin conclude con rancore.

Che esista una frattura fra le dirigenze e la base del partito repubblicano non ci sono dubbi, così come è probabile che i media e l’elettorato moderato vedano di buon occhio una possibile vittoria di John McCain.

E’ invece opinabile l’idea che i liberal americani guardino con piacere alla nomination del senatore dell’Arizona. Piuttosto è vero il contrario; molti osservatori appartenenti alla sinistra del partito democratico paiono essere delusi e preoccupati di fronte al suo recente successo. Josh Marshall ha scritto di recente sul suo blog Talking Points Memo; “Speriamo che Mitt (Romney) vinca in Florida”. In fondo, John McCain è probabilmente il solo candidato di destra che possa vincere le presidenziali di novembre. Di conseguenza la sua vittoria nelle primarie repubblicane renderebbe le cose complicate allo sfidante democratico.

L’opinionista Walter Shapiro propone su Salon, un quotidiano di sinistra pubblicato esclusivamente sul web e considerato tra i più prestigiosi del paese, un’analisi interessante e al contempo divertente sulle varie possibili combinazioni di sfidanti alla Casa Bianca. L’intento è quello di determinare quale sia il migliore contendente democratico da opporre ai vari candidati repubblicani.

A John McCain, ragiona Shapiro, e ai suoi settantun’anni d’età, bisognerebbe opporre Obama, che con quarantasei è il più giovane tra tutti i candidati. McCain verrebbe così privato della possibilità di ricorrere incessantemente al suo passato di veterano del Vietnam e prigioniero di guerra. Obama del Vietnam ha solo qualche ricordo d’infanzia e dunque si parlerebbe d’altro. D’altro canto, il punto forza di McCain è proprio l’esperienza, che è anche la debolezza più evidente di Obama. Sarebbe forse meglio allora che fosse Clinton a battersi in un duello fra politici stagionati. Nel caso fosse Romney il candidato repubblicano alla Casa Bianca, Shapiro e’ convinto che Clinton potrebbe competere alla pari quanto a perfezione robotica e immagine di ghiaccio. Però Obama potrebbe rispondere con successo al cinismo dell’ex-governatore del Massachusetts con il proprio messaggio di speranza. E via dicendo fin che Shapiro raggiunge una conclusione beffarda; “Questa campagna presidenziale si sta prendendo gioco del concetto sfuggente di eleggibilità come mai in passato. Gli elettori sia democratici che repubblicani sembrano essere estremamente confusi su quale tra i candidati del proprio partito sia il più eleggibile a livello nazionale”. Questo breve esercizio sottolinea, secondo Walter Shapiro, “la follia di chi tenta di decidere per chi votare sulla base di chi è considerato il candidato con le maggiori probabilità di successo nelle elezioni di novembre”.

Rimane, in sostanza, la grande contraddizione della politica presidenziale americana. Ovvero che le nomination di partito sono determinate dalla base degli attivisti, solitamente più radicali. Invece, per raggiungere il 51% occorre convincere la maggioranza silenziosa di elettori moderati che hanno ben poco a che spartire con gli iscritti di partito. La confusione che regna nei mesi che separano le primarie dalle elezioni nazionali offre agli americani la possibilità di confrontarsi e scontrarsi in maniera più libera di quanto il sistema bipartitico lascerebbe immaginare.

Il voto in Nevada

Washington D.C. – Circus Circus, Venetian e Treasure Island sono solo alcuni tra i nomi dei grandi hotel e casinó affacciati sullo Strip, un viale ampio, colata di cemento armato, che attraversa il cuore di Las Vegas, capitale americana del gioco d’azzardo e dello spogliarello. Milioni di turisti americani corrono qui ogni anno per giocarsi alle slot-machine gli spiccioli rimasti dopo aver acquistato l’assicurazione sanitaria privata, pagato la benzina per il monovolume e aver finanziato con le loro tasse una nuova iniezione di dollari nella guerra in Iraq. In quegli stessi stabilimenti turistici che si estendono per chilometri e si innalzano per decine di piani, centinaia di migliaia di camerieri, inservienti e addetti alle pulizie si alzano all’alba per rifare i letti e lavare i piatti nel tentativo di mettere assieme uno stipendio sufficiente ad arrivare alla fine del mese.

I carrozzoni elettorali di Hillary Clinton, Barack Obama e John Edwards sono parcheggiati in questo deserto del sudovest del paese già da alcuni giorni e lavorano incessantemente per conquistare il voto degli elettori locali. La competizione è talmente serrata che fare una previsione sull’esito delle primarie di sabato mattina è praticamente impossibile. Il giornalista Kirk Caraway, reporter del Nevada Appeal, un quotidiano con sede nella capitale dello stato Carson City, dice: “Nessun sondaggio riuscirà a predire il risultato di questa elezione; si può solo tirare ad indovinare.”

Innanzitutto, per la prima volta nella sua storia lo stato ha deciso di tenere dei caucus anziché un’elezione a scrutinio segreto. Di conseguenza tutti si domandano quale sarà la reazione dell’elettorato democratico alla nuova modalità di voto e in quale percentuale i membri del partito parteciperanno alla discussione. In secondo luogo, il Nevada ha deciso
quest’anno di anticipare la data di queste riunioni di partito all’inizio dell’anno. Tradizionalmente i residenti di questo stato votavano nella tarda primavera, quando in realtà la scelta era già stata determinata dal voto negli altri stati. Nel 2008, invece, i democratici del Nevada si riuniscono in un momento in cui la corsa è ancora aperta e quindi possono avere un impatto significativo sul proseguimento della campagna.

A questo si aggiunge l’incognita rappresentata dalla composizione demografica dello stato; “La popolazione del Nevada, per 9 degli ultimi 10 anni, ha avuto il tasso di crescita più alto del paese. Ciò significa che ci sono tanti elettori che non hanno radici qui. E’ un luogo caratterizzato da grande mobilità”, mi spiega Kirk Caraway. “In più i residenti di origine ispanica sono aumentati molto, un elemento che ancora non abbiamo visto in Iowa e New Hampshire”. Il U.S. Census Bureau, che pubblica le statistiche ufficiali sulla demografia degli Stati Uniti per il governo americano, riporta che nel 2006, quando fu condotto l’ultimo studio, gli ispano-americani costituivano il 24,4% dei cittadini del Nevada. La media nazionale e’ 14,8%.

Mentre si attende che i neri americani siano un fattore decisivo nelle primarie del 26 gennaio nella Carolina del Sud (secondo il U.S. Census Bureau nel 2006 gli afro-americani rappresentavano il 29% della popolazione dello stato contro il 12,8% a livello nazionale), gli elettori ispanici saranno probabilmente il fattore determinante in Nevada. Obama e Clinton hanno ingaggiato un duello serrato per cercare di ottenerne il sostegno. Entrambi hanno creato campagne pubblicitarie televisive e radiofoniche in spagnolo e impiegano un gran numero di lavoratori bilingui (Questo il piu' recente tra gli spot trasmessi da Obama in spagnolo). L’ex-first lady è, tra i vari contendenti, quella che coltiva da più tempo rapporti positivi con la comunità ispano-americana. Barack Obama cerca di competere portando all’attenzione, nei suoi comizi, la propria esperienza con problematiche importanti per questo gruppo etnico. “Se gli elettori d’origine ispanica guardano al mio passato, sono convinto che si convinceranno che, una volta eletto, sarò difensore appassionato del diritto all’eguaglianza e alla giustizia,” Obama ha dichiarato lunedì in un intervista con J. Patrick Coolican, reporter del Las Vegas Sun.

L’industria alberghiera è un’altra componente di importanza fondamentale. L’economia dello stato dipende direttamente dal giro d’affari mosso dal gioco d’azzardo, soprattutto a Las Vegas e Reno, con gli hotel, ristoranti, locali notturni e teatri che sono costruiti per ospitare i casinò ed attirare i turisti. Per questa ragione il Nevada è la patria di un esercito di lavoratori impiegati nell’industria dei servizi, e dei sindacati più potenti degli Stati Uniti.

Dopo il New Hampshire, e nonostante la vittoria di Hillary Clinton, due tra le principali organizzazioni di lavoratori hanno dichiarato il loro sostegno ufficiale per Barack Obama. La Culinary Workers Union rappresenta qui più di 60.000 lavoratori, mentre Service Employees International Union conta 17.500 membri sparsi per tutto lo stato. Nonostante questo, Hillary è venuta personalmente a bussare alle porte delle case di un quartiere, nel nordest di Las Vegas, abitato da un gran numero di appartenenti ai Culinary Workers. Il suo messaggio, nell’opinione di J. Patrick Coolan del Las Vegan Sun, è che “le dichiarazioni dei dirigenti non significano nulla e che i membri del Culinary dovrebbero seguire la propria coscienza individuale e non l’ordine del Segretario del sindacato”.

John Edwards, fanalino di coda nella corsa dopo le sconfitte in Iowa e New Hampshire, non ha ancora abbandonato i propri sogni presidenziali. Il New York Times riporta che lunedì David Bonior, il capo della campagna nazionale di Edwards, ha dichiarato ai giornalisti in una conferenza telefonica dal Nevada; “La corsa alla nomination è ancora aperta e questo è un ottimo segno per John Edwards che si avvicina con fiducia al voto in Nevada e South Carolina.”

Per un elettorato dall’alto tasso di mobilità e fatto d’immigrati e di lavoratori sotto-pagati, la risoluzione della guerra in Iraq non è vissuta qui come la priorità più impellente. Questi sono luoghi in cui la gente deve confrontarsi quotidianamente con le conseguenze di un’economia in crisi, ed e’ proprio il tema dell’economia che nell’ultima settimana ha assunto il ruolo centrale nelle campagne dei contendenti. Clinton, Edwards e Obama hanno presentato uno dopo l’altro i propri piani per il lancio di un pacchetto di aiuti economici diretto a coloro che sono stati colpiti più duramente dal problema dei mutui subprime. E l’economia e’ stata al centro del dibattito televisivo trasmesso martedì sera in diretta da Las Vegas dal network MSNBC, in cui i tre leader del partito democratico, dopo una settimana di schermaglie, hanno usato toni calmi per discutere dei loro programmi in dettaglio. Hillary Clinton ha persino dichiarato; “Siamo tutti parte di una grande famiglia, noi del partito democratico.”

Il quotidiano Reno Gazette-Journal ha condotto delle interviste telefoniche tra gli elettori democratici del Nevada tra l’11 e il 13 gennaio e i risultati del sondaggio mostrano una situazione molto incerta; Obama avrebbe il 32% delle preferenze, Clinton il 30%, e Edwards il 27%. Questi numeri sono all’interno del margine di errore statistico e quindi rendono impossibile delle previsioni accurate: bisognerà attendere i risultati reali che usciranno dai caucus sabato mattina per scoprire quale direzione prenderà la corsa democratica alla presidenza.

La lunga sfida Obama-Clinton

Washington D.C. – La vittoria di Hillary Clinton nelle primarie in New Hampshire riapre la corsa alla nomination dopo che gli osservatori davano per scontata l’affermazione di Barack Obama lanciato dal trionfo in Iowa. Intanto la carovana elettorale è diretta verso il Nevada, dove il 19 gennaio si terranno i prossimi caucus, le riunioni di partito in cui gli iscritti sceglieranno il vincitore della nomination per lo stato.

In New Hampshire i sondaggisti hanno fallito gli exit-poll sottostimando la popolarità di Clinton. La figura imbarazzante è attribuibile all’ondata d’entusiasmo pro-Obama che ha travolto i media dopo il voto in Iowa. Gli esperti hanno perso il contatto con il territorio, mentre i sostenitori di Clinton continuavano ad inondare di telefonate le abitazioni degli indecisi in New Hampshire.

Il risultato è girato grazie al voto femminile. Le donne dell’Iowa avevano scelto di sostenere Obama (35% contro il 30% di Clinton). In New Hampshire la senatrice di New York ha riconquistato la fiducia di uno degli zoccoli duri del suo elettorato (47% contro il 34% di Obama). Nell’ultima settimana l’ex-first lady ha proiettato con successo un’immagine diversa da quella di donna gelida. In un incontro con gli elettori lunedì, Clinton si è lasciata trasportare dalla commozione e ha mostrato occhi lucidi. Esibendo i propri sentimenti Hillary è riuscita a ristabilire un contatto personale con le elettrici.

I toni a tratti offensivi assunti da tanti nel parlare di Clinton dopo l’Iowa hanno contribuito a provocare la reazione dell’elettorato democratico. In Daily Kos, uno dei blog politici di sinistra più letti, Markos Moulitsas scrive; “Più Clinton viene attaccata a livello personale, più la sua personalità e’ destinata a generare simpatia e comprensione, e maggiore il numero di voti che riceverà.”

Questa constatazione suggerisce un desiderio generale di moderazione dei toni, invece la discussione si fa più acre. In un’intervista al network televisivo MSNBC mercoledì, Jesse Jackson Jr., uno dei consiglieri di Obama, ha accusato Clinton di essere capace di lacrime solo nei momenti di difficoltà personale e di rimanere indifferente ad istanti di vero dramma nazionale, come ad esempio l’uragano Katrina che devastò le coste della Luisiana nel 2005. Todd Beeton offre la sua interpretazione su MyDD, un altro popolare blog politico; “Jackson ha fatto riferimenti ripetuti a Katrina. E così cerca di dire agli afro-americani, che furono allora i più toccati, che a Hillary non importa delle persone di colore”. La campagna di Obama si prepara in questo modo alla Carolina del Sud, dove il 26 gennaio si terrà un’altra tornata elettorale che si prevede sarà decisa dagli elettori neri.

Il sistema di voto delle primarie democratiche potrebbe incoraggiare ulteriormente l’uso di strategie aggressive. Esiste, infatti, la possibilità reale che la corsa alla nomination rimanga incerta fino alla convention di Denver del 25 agosto e che i candidati prolunghino le lotte intestine fino all’estate.

Nelle primarie, gli iscritti votano per i candidati e il voto è tradotto in un numero di delegati che partecipano alle convention con l’incarico di stabilire la nomina del partito secondo il mandato popolare. Le primarie democratiche adottano un sistema proporzionale che attribuisce delegati in rapporto alle percentuali di voto. Così, ad esempio, il 39% di Clinton in New Hampshire ed il 37% di Obama hanno significato nove delegati per entrambi.

Tale sistema potrebbe favorire i repubblicani. Il partito dell’elefante, segue regole diverse. Su Slate, un quotidiano on-line di tendenza liberal, Michelle Tsai spiega; “Visto che molti stati adottano un sistema maggioritario in cui il vincitore ottiene tutti i delegati dello stato, i candidati repubblicani accumulano delegati più velocemente dei democratici. Questo significa che la nomination repubblicana emergerà probabilmente in anticipo”.

Se così fosse, il candidato repubblicano alla Casa Bianca, liberatosi più presto della competizione interna al partito, potrà dedicare tempo denaro alla campagna nazionale e avvantaggiarsi dei veleni che, nel frattempo, i democratici continueranno a scambiarsi.

Per quanto riguarda Obama, un dato interessante emerge dal voto degli elettori indipendenti. Il New Hampshire è il solo stato che consente a costoro di partecipare alle primarie. Il senatore dell’Illinois è stato il prescelto di questo gruppo vincendo il voto di sei sui 10. Da un lato questa è un’indicazione della sua eleggibilità nelle elezioni generali di novembre. Dall’altro Obama dovrà arrivare alla nomination senza il loro sostegno dato che gli indipendenti non prenderanno parte a nessun’altra primaria.

Buone notizie per il senatore dell’Illinois arrivano dai sindacati. Già martedì sera la Service Employees International Union, che in Nevada rappresenta 17.500 impiegati dei servizi pubblici come infermiere o guardie notturne, aveva ufficialmente dichiarato il proprio appoggio per Obama. Il sindacato dei lavoratori dell’industria alberghiera, Culinary Workers Union, che nello stato del gioco d’azzardo conta 60.000 iscritti, ha ufficializzato la medesima scelta in una conferenza stampa mercoledì mattina.

Rimane infine John Edwards, a cui il New Hampshire ha riservato solo il 17% dei voti. Gli esperti parlano di un suo possibile ritiro. Edwards non molla e nel discorso fatto martedì sera ha promesso che lotterà fino alla convention di agosto. Per lui sarà fondamentale il voto del 26 nella Carolina del Sud, dove è nato e che vinse durante le primarie del 2004. Un sondaggio Rasmussen di lunedì vede Obama vincitore con il 42% dei voti, seconda Clinton con il 30%, e nuovamente terzo Edwards con solo il 14%. Se queste previsioni verranno confermate, la lotta si trasformerà davvero in un semplice duello Clinton-Obama.